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di Franca Zani
Quei formidabili anni ‘50 ricordati dalla “signora” dell’alpinismo ossolano. La prima donna a percorrere la via dei francesi e tutte le grandi vie del Monte Rosa. Le vecchie care fotografie in bianco e nero ci restituiscono le immagini di come eravamo intorno agli anni Cinquanta: un piccolo gruppo di amici, tutti molto giovani, magri, attrezzati ed abbigliati in modo alquanto “primitivo”. Esibivamo con disinvoltura pantaloni alla zuava in velluto a coste e certe attillate giacchette a vento che mettevano freddo solo a guardarle. Ed ecco far capolino la sottoscritta, ostinatamente presente; il che comportava un certo numero di problemi, i più difficili dei quali risolti brillantemente sposando Dario che fa parte del gruppo e che professa la stessa fanatica dedizione alla pratica dell’alpinismo. Ma ci sono altri problemi. Una donna che chieda di far parte di questo mondo, pressoché esclusivamente maschile, deve ignorare valutazioni e commenti esterni non sempre benevoli, dare sempre il meglio di sé senza chiedere sconti o privilegi. Sono regole alle quali spero di non esser mai venuta meno. Eravamo, per forza di cose, alpinisti domenicali, impegnati con il lavoro per tutta la settimana, sabati inclusi. Il ché significava disporre di pochissimo tempo ed essere pesantemente condizionati dalle situazioni meteorologiche. Poiché si partiva spesso con il “variabile”, non mancavano le cosiddette lavate, molte delle quali veramente storiche. In quegli anni si faceva palestra, prima al Calvario, poi al Croppo di Trontano, avendo come punto di partenza la mitica ferramenta di via Cantarana, della famiglia Borsetti. Il Sipe (Silvio Borsetti), che era il migliore di noi, ci trasmetteva la sua esperienza di tecnica arrampicatoria con grande disponibilità e pazienza. Trasferite al terreno di ascensione, queste cognizioni funzionavano egregiamente. C’era in noi, in quegli anni, una fonte inesauribile di allegria: Sipe impartiva lezioni di alpinismo ai suoi “bocia malefici” con generale divertimento; Stefano Zani sdrammatizzava le situazioni con le sue battute irresistibili. Fu proprio Stefano in quegli anni ad affibbiarmi la qualifica di paciamuntagn. Con questi amici e con Dino Del Custode, che possedeva una rara classe naturale, svolgemmo per molti anni una notevole attività alpinistica. Non desidero stendere elenchi di ascensioni che sarebbero noiosi e di un’inutile presunzione. Fu un percorso del tutto naturale dalle cime ossolane ai grandi Quattromila, specialmente quelli del vicino Vallese, con il punto fermo delle arrampicate al Devero che costituivano anche una delle migliori basi di allenamento. Avemmo in quegli anni la fortuna di conoscere il bolognese Mario Fantin, cineasta della spedizione italiana al K2, e di stabilire con lui uno straordinario rapporto di amicizia. Mario era spesso nostro ospite, poiché proprio nella nostra zona andava svolgendo una parte significativa del suo lavoro di cineasta. Girò infatti in Devero quel piccolo gioiello che porta appunto il titolo di “Devero, alpe fiorita“ e di cui fu protagonista mio figlio Franco, allora bambino di cinque, sei anni. Filmò la scuola di scialpinismo dell’Hohsand, in alta Val Formazza, e realizzò il film “Grande corona di Zinal“ dopo un’intensa settimana trascorsa al rifugio di Mountet, salendo le cime circostanti con gli amici Dino Del Custode, Ferruccio Ferrario di Baveno, mio marito Dario ed io. Il ricordo di Mario Fantin e di Stefano Zani, scomparsi troppo presto, appartiene per sempre alla nostra memoria. C’è anche nella mia lunga vita alpinistica una specie di storia parallela: la mia storia con il Monte Rosa, la storia di un grande amore corrisposto. Comincia in un giorno festivo del 1954, allorché, passeggiando per Macugnaga, incontriamo Giuseppe Oberto, nome storico fra le guide del Rosa. Senza consultarmi, mio marito Dario rivela a Giuseppe Oberto la mia insana passione per la grande parete e questi, con la sua mitica flemma, dichiara che “si può fare!”. Sono certa che non se ne farà proprio niente: figurarsi se la celebre guida può anche solo prendere in considerazione le velleità di una sconosciuta e tanto meno pensare di portarsela appresso su per il canalone Marinelli! Invece, dopo qualche giorno, squilla il telefono e Giuseppe, sempre con flemma serafica, mi annuncia che tempo e condizioni sono eccellenti e che farei bene a muovermi. Quando? Ma domani naturalmente! Del tutto incredula e frastornata mi ritrovo in corriera e sbarco a Macugnaga, simile agli inglesi dell’Ottocento, con la guida che attende in piazza con le attrezzature e la generale curiosità del popolo valligiano. Risultato: un memorabile canalone, cosi ben riuscito da incoraggiarmi a continuare. Sempre con Giuseppe salirò la Brioschi alla Nordend. Segue quindi un lungo intervallo, con altre montagne, altri percorsi, altri compagni di avventura. Sono specialmente Settimio Sinigiani e Dino Vanini di Baceno con i quali il ritorno al Rosa avverrà in grande stile: cresta Signal nelle peggiori condizioni e con bivacco (ci è compagno l’amico Loris Bonavia) e cresta Santa Caterina alla Nordend. Sinigiani verrà purtroppo strappato all’attività alpinistica da un terribile incidente stradale. Così Vanini ed io continuiamo un programma di severi allenamenti (che riguardano me, essendo il Dino sempre super allenato) e, ai primi di settembre 1971, siamo sulla via dei francesi alla Gnifetti. Dino ha già realizzato su questa via una grandissima impresa: la prima ascensione invernale con Armando Chiò. Di questa via conosce ogni aspetto: l’estrema lunghezza, la pericolosità, la complessità. Riesce a trasmettermi una tranquillità e una fiducia veramente assolute; tutto va per il meglio. Poiché si tratta di una prima femminile, bisogna pur dirlo, la cosa produce un certo scalpore e mi trovo, con estremo imbarazzo, alle prese con la stampa che pone domande stranissime e trasforma le risposte in modo veramente curioso. Titolo drammatico sul giornale: “Non la salirò mai più!”. Incredibile! Continueremo a salire il Rosa con bellissime sci-alpinistiche dal versante valsesiano ed una bella e divertente cresta Rey sul versante ovest della Dufour. Poi ci sono tante altre montagne e qualche spedizione fuori delle Alpi. Intanto si invecchia. Cosa che non sembra avere alcun effetto sul Dino Vanini che continua ad aggiungere grandi salite al suo curriculum. Mio marito, a settantatré anni, ritorna per la terza volta in Nepal e sale senza alcun problema al campo base dell’Everest. E ora? Abbiamo raggiunto un’età pressoché veneranda e tuttavia continuiamo come in passato ad attendere il fine settimana ed il bel tempo per ripetere i vecchi gesti: mettere lo zaino sulle spalle, muovere i primi passi su di un sentiero che sale. Scopriamo e riscopriamo luoghi delle nostre valli di una struggente bellezza, boschi, alpeggi, valichi che ci trasmettono tutto quello che forse abbiamo sempre cercato: solitudine, silenzio, sicurezza. Weissmies, cresta nord Franca Zani è stata la prima donna a salire, tra gli anni ‘50 e ‘70, tutte le “grandi vie” del Monte Rosa: cresta S. Caterina, via Brioschi, Canalone Marinelli, via dei francesi, cresta Signal, crestone Rey. |




