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di Maurizio Oviglia
Uno dei lati più oscuri del pianeta arrampicata è il cosìdetto “aspetto mentale”. C’è quindi un sovrannumero di arrampicatori fisicamente ben dotati, delle perfette macchine di muscoli progettate e costruite per vincere, che però sono mentalmente deboli, che non riescono cioè ad incanalare nel modo giusto l’energia, che viene così sprecata. Come l’aspetto mentale sia fondamentale in arrampicata, lo dimostrano i risultati ottenuti da persone fisicamente molto più deboli del grado che superano. E, ugualmente, le performances mancate da persone capaci di sollevare il proprio peso su infime reglettes e poi bloccate quando si tratta di scalare sulla roccia naturale. Non è solo questione di tecnica, come si suol dire, ma anche e soprattutto di fiducia nelle proprie possibilità e soprattutto di volontà di riuscire. In una parola, è questione di utilizzare le proprie risorse mentali al meglio, in modo da sfruttare bene le proprie possibilità fisiche, anche se queste sono minime. Arrampicando nello stato mentale giusto serve la metà della forza fisica! Pensate alle sensazioni che proviamo quando ripetiamo un passaggio o una via che conosciamo, e che quindi non ci intimorisce più: facciamo la metà dello sforzo! E’ come se le nostre dita e i nostri muscoli sappessero esattamente quanta forza dosare su ogni appiglio tanto che siamo capaci di ripetere passaggi che trovavamo durissimi anche a fine giornata, quando siamo fisicamente stanchi. Chi pratica il bouldering ben dovrebbe conoscere queste sensazioni e non dovrebbe attribuirle, un po’ semplicisticamente, al solo fatto che il nostro corpo ha imparato ad eseguire i movimenti alla perfezione. In realtà stiamo salendo liberi da blocchi mentali, rilassati, e permettiamo così alle nostre energie di essere utilizzate al meglio, e non sprecate. Un altro esempio è lo stato mentale che permette ai solitari integrali (senza corda) di salire incredibili vie, apparentemente senza fatica. Questi arrampicatori “lavorano” molto sulla determinazione mentale, ed affrontano queste salite solo quando si sentono nella condizione giusta. Sembra una cosa ovvia, ma questo atteggiamento è il solo che permetta a questi arrampicatori di “non rischiare” più del dovuto, e procedere senza dispersioni di energie, che potrebbero essere in questo caso fatali. Avete mai pensato se ognuno di noi imparasse ad arrampicare dando la stessa importanza a questo aspetto, anche se un nostro errore verrà trattenuto dalla corda? Tutto questo per dire che gli arrampicatori più bravi, non sono certo i più forti, ma piuttosto quelli che hanno imparato a canalizzare nel senso giusto le proprie energie al momento più opportuno. Se questa capacità mentale supera di gran lunga la forza fisica, allora sono possibili cose incredibili, a cui la maggiorparte dei climber preferisce non credere. E’ il caso delle solitarie più stupefacenti, ma anche della salita, da parte di arrampicatori “deboli”, di vie di difficoltà molto al di sopra della loro portata, almeno come grado. Queste performance vengono “derise” o messe in dubbio da tutti, perché si pensa che sia impossibile raggiungere un certo grado se non si è “certificati” o supportati da un importante massa muscolare, ottenuta con un adeguato allenamento a secco. Sta di fatto che, un climber abituato a superare ad esempio vie di 7a che improvvisamente superi un 8a, anche dopo numerosi tentativi, verrà creduto sulla parola dalla comunità solo se fisicamente dotato, senza pensare che, per fare il salto di difficoltà, egli potrebbe aver attinto alle proprie risorse mentali piuttosto che a quelle fisiche… Del resto anche la storia dell’arrampicata è piena di salite messe in dubbio perché apparentemente impossibili e non giustificate senza pensare che, almeno in arrampicata, siamo ancora molto lontani dalla comprensione di tutte le variabili che concorrono alla prestazione. Non stiamo, insomma, correndo i 100 metri piani, dove si gioca tutto in 10 secondi! Per cercare di capire meglio questi, apparentemente assurdi, meccanismi, ci si deve dunque rassegnare all'idea che l'arrampicata è un grande insieme di variabili. Dovremmo abituarci a ragionare tenendo conto di questo fatto, ma per capire ciò che non riusciamo a spiegare, abbiamo necessità di semplificare. Se pensiamo all’arrampicata come la somma di tre grossi vasi comunicanti, che chiameremo forza, mente e tecnica, semplificheremmo comunque di molto la realtà. Ma già dividendo l’universo arrampicata in tre parti di uguale dignità ed importanza, avremo un’idea di quanto sia importante l’aspetto mentale per arrampicare bene e realizzare i propri obiettivi. Da questo dovremmo anche dedurre ed accettare che, come ci sono persone che hanno molta forza ed una tecnica approssimativa, così esistono arrampicatori che hanno una grossa determinazione mentale ma difettano della forza. Va da sé che per ottenere i propri obiettivi non è determinante possedere la forza, ma si può agire sugli altri due canali, magari più facilmente e con meno sacrifici. Come allenare la mente? Esistono ricette, esercizi, consigli? Se per la forza troviamo interi manuali che ci spiegano come allenarla e per la tecnica occorre, semplificando assai, un buon tirocinio su roccia naturale, l’allenamento mentale sembra una cosa assai nebulosa ed ardua da definire. Il manuale di Edilinger svicolava su questo punto, proponendo delle tecniche di memorizzazione visiva dei movimenti da eseguire. Ma non è, a mio parere, questo il nocciolo del problema. Il punto è piuttosto riuscire a superare quel qualcosa che ci blocca, che inibisce la nostra energia. Questo qualcosa è solitamente (ed un po’ genericamente) chiamato paura. La paura può essere di diversi tipi, come ad esempio la paura del volo, a cui tutti danno eccessiva importanza (tanto da sembrare l’unica), la cosidetta ansia da prestazione, la paura del confronto e della competizione, la paura di non riuscire a fare un determinato grado, e via dicendo con una lunga lista. La paura più difficile da superare, quella che ci blocca, è però un’altra, e potremmo chiamala la paura di non riuscire. Superare questa paura potrebbe ben chiamarsi anche allenamento mentale ed essere la chiave che ci dà accesso a comprendere i nostri blocchi. Se per allenamento intendiamo “comprensione”, allora la cosa migliore da fare è assumere verso la scalata un atteggiamento mentale giusto, lo stesso che dovrebbe accompagnarci nell’affrontare i problemi della vita con la necessaria determinazione. |
