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di Andrea Bocchiola
"Da sempre le montagne hanno influenzato il genere umano; negli ultimi due secoli il movimento romantico, e lo sviluppo dell’alpinismo che lo ha seguito, hanno reso largamente popolari le Alpi e altre catene montuose. L’uomo può essere più profondamente sensibile allo scenario delle montagne che a ogni altro tipo di esperienza, e troverà piena soddisfazione solo se avrà accesso all’oggetto del suo desiderio. La peculiarità di questo sentimento, insieme ai motivi consci o inconsci che lo generano, ha qualcosa di misterioso e muove a cercare una spiegazione. Questo libro è il risultato di un simile tentativo". Così esordisce C. F. Mead, dando inizio ad un serrato percorso che tuttavia, e va detto, non frequenta, se non in minima parte la soglia del mistero che evoca. Lasciando al lettore di esplorare motivazioni e consistenza dei lunghi ragionamenti dell’autore, bisogna pur riconoscere che la domanda che Mead si pone è solo retorica e che, ancor più, la preoccupazione di identificare una via mistica alla montagna (misticismo della natura) a tratti gli impedisce persino di vederle, le montagne. Investite di una volontà di profondità (e di verità) le sue montagne si disciolgono come neve al sole dei ragionamenti precostituiti di Mead, sempre troppo distanti dalla complessa articolazione del proprio oggetto di ricerca. Ma proprio per queste ragioni il libro ci sembra indispensabile per capire qualcosa dell’approccio propriamente moderno alla montagna. Se è vero che, come per eccesso di profondità, le montagne di Mead si dissolvono alla luce di una realtà più vera che le trasfigura o di un esperienza che, come osserva Luisa Bonesio nella prefazione, ha i suoi segni nella soprannaturalità, incredibilità e incomprensibilità, questa operazione non è che l’immagine speculare e rovesciata del proselitismo alpinistico di massa che risolve le montagne a siparietto narcisistico soggettivo (e rispetto al quale è davvero concedere troppo riconoscergli una genealogia faustiana). In questo senso entrambe le vie sono figure di una medesima posizione soggettiva, posizione che, non lasciando essere le montagne, non giunge ad interrogarle. Per converso allora, il libro di Mead potrebbe essere una buona occasione per iniziare a problematizzare, come ad esempio cerca di fare questa nostra rivista, l’interpretazione canonica dell’alpinismo (che è anche l’autointerpretazione che l’alpinismo offre di se stesso) come “esibizione credibile (dunque mediante l’accertabilità delle imprese e dei record),inscritta in un ambiente naturale, soggiogabile tramite strumenti tecnici e un calcolo razionale di opportunità e rischi, comunicabile – e dunque per certi versi comprensibile anche al profano […] come, ancor prima, inscritta nell’orizzonte razionalistico della scoperta e dello sperimentare di cui certe modalità di emozione sono l’inscindibile complemento”. E a problematizzarla proprio avendo in mente la sua radice più prossima, ossia quel misticismo alla fin fine nihilistico che Mead esprime così bene. Semplicemente l’alpinismo non coincide esattamente con questa sua figura, che è, diciamo così, sintomale. |
