La neve a lutto
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di Davide Cavagna

Si eviti soprattutto di considerare La neve a lutto un romanzo imperniato sull’alpinismo e destinato a glorificare la tecnica di una guida. Il mio proposito, in questa faccenda, non era di animare qualche personaggio intercambiabile come pretesto per la descrizione di una scalata invernale. Mi sono imposto di non sacrificare la psicologia dei miei protagonisti al racconto dell’ascensione che intraprendono. L’essenziale, nella Neve a lutto, non è la neve, è il lutto (H. Troyat, dicembre 2003)

Di rado, quando uno scrittore parla della propria opera, mostra di comprendere appieno il senso di quanto ha realizzato. Fa eccezione H. Troyat, che, nella breve introduzione che accompagna questa edizione del romanzo, a cinquant’anni dalla sua composizione, ne descrive con lucidità e chiarezza il contenuto: La neve a lutto è un romanzo dalla mole non imponente che, nel giro di un centinaio di pagine, rende compiutamente il dramma di due fratelli, "uno buono e umile, l’altro autoritario e intransigente", il cui destino si compie sullo sfondo di un’ascensione alpinistica.

Bastano poche parole per riassumerne la storia: è lo scontro, tragico, tra Isaie, il maggiore, ex guida alpina, introverso e dedito a una vita ritirata, scandita dai ritmi della natura e accompagnata dalla presenza di pecore e capre, e il minore, Marcellin, giovane sfaccendato in fuga dalla vita montanara e alla ricerca di una rinascita sociale ed economica in città. L’esito, fatale, lo si intuisce fin dalle prime pagine, laddove veniamo a conoscenza del passato di Isaïe – le morti accidentali di alcuni suoi clienti che lo hanno convinto a lasciare il lavoro di guida – e pochi, ma decisivi elementi della storia personale dei fratelli: «Il padre di entrambi, Vaudagne il Duro, vecchia guida con dei favoriti vaporosi, era morto in montagna, fulminato sulla roccia con il suo cliente, poco prima della nascita di Marcellin»: così, "quando la madre aveva avuto le prime doglie […] era stato Isaie, appena tornato dal servizio militare a mettere al mondo il fratello con le sue mani. L’aveva estratto dal ventre lavato, strofinato, avvolto in una coperta. Poi aveva insaponato tutto il corpo della madre, macchiato di sangue, gonfio di grida" (p. 8). Con questi pochi tratti, incastonati in paesaggi montani proposti con uno stile efficace e diretto, Troyat costruisce un perfetto meccanismo narrativo, scandito dalla ripetizione di un destino che si compie al termine del racconto; il tutto reso dalla voce del protagonista, Isaie, che riporta, unico testimone, il corso degli eventi fino al loro inevitabile epilogo.
"Le pecore sono tornate. È caduto un aereo". In queste parole, le poche che Isaie scrive di suo pugno, è concentrata la chiave narrativa del romanzo. Non ne parleremo direttamente, per non togliere al lettore il piacere di seguire, dall’inizio alla fine, il dramma rappresentato. Ci limiteremo qui solo ad alcune considerazioni di merito, che provengono dalla nostra competenza, non letteraria, ma psicologica, evocata dall’autore nella sua introduzione. La neve a lutto è un romanzo sulla follia del protagonista, l’abisso mentale temuto e sperimentato in cui Isaie finisce per precipitare.
Tutto quello che accade, infatti, ha un senso, preciso e irrevocabile, che conduce alla perdita della ragione e alla perdita della vita. L’autore stesso ci conforta in questa nostra ipotesi: l’idea del romanzo gli è balenata nella mente in modo completo, compiuto, quasi allucinato, e la cifra stilistica della sua narrazione è perfettamente in armonia con questa intuizione di un "fantasma con il volto coperto di ghiaccio", il padre morto che aleggia su tutta la vicenda.

Isaïe è un folle, non perché viva isolato in montagna, sfuggendo i compaesani e negandosi una vita adulta di coppia, ma perché è tutto catturato dall’Altro, Marcellin, la cui nascita ha di colpo modificato il suo posto nel mondo. Così, il belato-vagito con cui ha accolto in questo mondo l’arrivo del fratello nato orfano, ha sconvolto per sempre la sua mente, incapace di uscire dai meandri della sua posizione familiare quando la realtà, luttuosa, gli imponeva di cambiare i suoi panni di fratello-figlio per assumerne altri, a lui incomprensibili, di padre e di madre. Così, quando Marcellin chiede a Isaïe di vendere casa, ne scatena il delirio. Isaïe è stato così tutto per l’altro, e in questo “tutto” trapela anche la passione omosessuale, appena accennata, inconfessata e nello stesso tempo apertamente respinta da Marcellin, che ne pagherà il fio. L’impossibilità di Isaïe di essere uomo si esprime in tutte le forme della sua esistenza: la sua predilezione per le pecore, che lo isola dal consesso umano, il suo morboso attaccamento al fratello, che lo cimenta con i fantasmi incestuosi dell’inconscio, la sua contemplazione della montagna, fascinazione maligna per la morte, il suo rifiuto della donna, per una vita di coppia ignorata e insieme temuta, e, in modo particolare, il suo rifiuto di lasciare la casa natale per la città, la legge e la parola, ossia la ragione che regola l’ordine delle cose, la vita e la morte, la sessualità e l’assassinio. Pagina dopo pagina Troyat svela la follia del suo protagonista, follia micidiale e mortifera, che si esprimerà compiutamente nell’ultima scalata. A contrappunto, la figura di Marcellin, tutto proteso alla conquista, al commercio e all’oro, motore inevitabile della sua fine, punizione della sua avidità.

La neve a lutto è dunque questo: un romanzo in cui la colpa della vita – dell’essere nati – è talmente potente da provocare la morte. Non si può vivere, testimoniano i due fratelli, perché la vita è la follia della carne e del sangue, il trauma della nascita e il lutto per la perdita, intollerabili, insuperabili. In Marcellin la vita tenta di esprimersi, nel desiderio di lasciare la casa “fraterna” e accedere a una vita normale, urbana, civile; ma per Isaïe questo è impossibile, egli non può uscire dal solco tracciato dal destino, che è sempre un destino di morte. Egli trascina quindi con sé tutto e tutti, a dimostrare, violentemente, che è la morte che domina la vita, una morte violenta, innaturale, benché iscritta nella natura, e soprattutto follemente giusta, perché pareggia i conti una volta per tutte. Impossibilità di comprendere, dunque, che la vita avviene proprio al di là della morte, al di là del lutto, al di là della separazione dalla famiglia in cui si è nati; impossibilità, quindi, di vedere gi altri colori dell’amore, al di là del bianco dell’assenza, del nero della morte e del rosso del sangue che segna, indelebilmente, la nascita umana. Così come il nero della scrittura segna il bianco della pagina, nulla rimane della follia se non la sua memoria e il suo odio.