Up
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di Andrea Bocchiola

Ambizioso tentativo di realizzare un annuario di alpinismo europeo e soprattutto di respiro internazionale, capace, come scrivono i curatori, di allargare un po’ la visuale. Così, accanto alle pagine di cronaca, giorno per giorno, di dodici intensi mesi di alpinismo, falesia e sassismo, ecco una sezione di saggi sullo «stato dell’arte» delle discipline che animano il movimento alpinistico ed il mondo dell’arrampicata sportiva europeo. L’annuario è al suo debutto e merita un incoraggiamento, la mole di lavoro è notevole.

Nero su bianco. I curatori dedicano un breve articoletto alla gestazione della rivista: Nero su bianco (nome di una bella via che gli stessi hanno aperto sulla Anguille Noire di Peuterey nel gruppo del Monte Bianco). Per appoggio e trasformazione a questa immagine diciamo che UP è una rivista in forte chiaroscuro.

Chiaro. La cronaca delle realizzazioni sportive ed alpinistiche appassiona e inquieta più di un romanzo di Philiph Dick: «Io sono vivo, voi siete morti». Si tratta del cuore di UP, della sua ragion d’essere e va dato atto ai curatori il coraggio delle decisioni su cosa includere ed escludere, coraggio che con i tempi che corrono non è cosa da poco.

Scuro. La parte di approfondimento saggistica che dovrebbe permettere al lettore di scorrere la cronaca con occhio critico fatica a raggiungere lo scopo. Il dialogo presentato in Dolomiti – Liberare l’artificiale permette di gettare uno sguardo non semplice e anzi “sintomatico” su un aspetto cruciale dell’alpinismo moderno: la liberazione di vie d’artificiale. I curatori hanno interrogato al proposito alpinisti e scalatori come Mittersteiner, Bole, Manolo, Larcher ed Hainz, e le loro belle reazioni mostrano quanto l’alpinismo sia una pratica colta in senso alto. Tuttavia le domande non li aiutano. A questo proposito non sarebbe stato male costruire l’intervista problematizzando ciò che essa dà per scontato: la distinzione tra libera e artificiale, ossia porre le domande da una considerazione più rigorosa della tecnica. Siamo sicuri che la libera non sia artificiale? E che l’artificiale sia artificioso? Mettere in discussione questa differenza canonica avrebbe forse permesso ad intervistati ed intervistatori un passo avanti originale sulla questione. Peccato.

Nero. L’articolo di Maspes fatica a tenere acceso il fiammifero dell’ironia nell’uragano dell’esibizionismo. Niente di più lontano dalle misurate parole di Mittersteiner e compagni e niente di più fuorviate rispetto all’alpinismo (compreso quello di Maspes che è, va detto, un bravo alpinista). Domanda ai curatori: era proprio necessario pubblicarlo?

Sospesi nel mezzo. Nel mezzo tra Dolomiti – liberare l’artificiale (cui possiamo aggiungere anche Hard Grit) e il lavoro di Maspes, il resto dei saggi, racconti interviste è troppo sospeso tra apologia e approfondimento. Apprezziamo il secondo, ma la prima è una tentazione cui non sarebbe male resistere di più.