L’alta via di Maurice Chappaz
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di Andrea Bocchiola

Lasciamo al lettore la fantasmagorica avventura dell’autore alle prese con l’alta via, frequentatissima avventura scialpinistica che dal Monte Bianco conduce al Monte Rosa, per soffermarci brevissimamente sull’introduzione al volume, per mano dello stesso Chappaz. Tre sole pagine che mettono ordine nel mare delle scempiaggini, intere biblioteche, scritte o solo pensate ed ancor peggio ripetute e sempre in procinto di riprodursi, sull’alpinismo. Andrebbero poste in esergo ad ogni libro di alpinismo e fatte seguire da pagine bianche senza alcun segno. Tre passaggi per ciascuna delle tre pagine.
Primo passo. La montagna.
"Che cosa è la montagna? Il nulla, si vede un uomo diminuire a poco a poco risalendo il pascolo, poi sparisce. La terra finisce verso una chiazza bianca".
Secondo passo: la scrittura.
"L’altitudine è inafferrabile. Gli autori pullulano".
Terzo passo: la visione.
"La visione di quel che avviene nelle ascensioni sfugge agli uomini d’azione. D’altro canto di ritorno in pianura essi stereotiperanno ogni rappresentazione verbale".
Ed infine la formidabile intuizione. "Se cadete, la selce, il granito coglierà le vostre viscere, la vostra vita interiore" - "L’unica ragione delle escursioni e degli amori: la dialettica del Mi inseguo e mi sfuggo" Il mistero dell’alpinismo non si raccoglie nelle profondità di uno psicologismo estenuato e di maniera. Esso scrive, scrive i monti ed i vagabondaggi su di essi degli uomini. Li inscrive, li circoscrive là fuori, nel mondo e sfugge così alla rappresentazione. Senza anima e senza logos l’alpinismo non è mai interiore se non nel senso delle viscere nude esposte nel momento in cui esso finisce. È come in amore: l’altro è il luogo della nostra verità, il porto del nostro desiderio e proprio per questo, per definizione, ci si sottrae.