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di Lorenzo Merlo
Poche righe per proporre una prospettiva sulla sicurezza stile uovo di Colombo. Nessun consiglio. Nessun esperto. Nessuna verità definitiva. Nessuna tecnica, né Sapere, nessuna scoperta, né nuova idea. Solo una precisazione: capire non basta. Ri-creare è necessario. Quando “Andersen”, il primo uomo che si mise due legni sotto i piedi per muoversi meglio nella neve, ad un certo punto incontrò un pendio eccessivo, si cavò i legni e proseguì a piedi. L’idea d’aver rischiato di rompersi un femore non la conobbe mai. Non aveva bisogno di conoscenze tecniche per adattare il suo comportamento allo scopo della sicurezza. Aveva solo “sentito” l’eccesso. Quel “sentire” passa attraverso le orecchie della Relazione con l’ambiente, se incluso. (Un principio che vale assai anche in contesti didattici.) Il modo di comportamento del “vecchio andersen” non è qualcosa che possiamo imitare, non è neppure proponibile quale alternativa alle tecniche di sicurezza. E’ soltanto invece un modo che fa già parte del nostro personale modo di fare. Perché allora richiamarlo all’attenzione? Semplicemente perché l’attuale cultura – che come è possibile osservare è sbilanciata verso il tecnicismo – non valorizza, anzi, è come se tendesse ad obnubilare, certe intelligenze animali e quindi umane. Tanto per fare un esempio, oggi, per la maggioranza delle persone sentire e capire sono sinonimi; credono che concentrarsi significhi pensare intensamente a qualche cosa; non sono in grado di muoversi se non dopo valutazioni esclusivamente razionalistiche (tipico è il foglietto con le due colonne, una dei “pro” e una per i “contro”), vale a dire che quanto sentono non è soppesato, non partecipa consapevolmente alla scelta dell’azione da fare. Tutto ciò non accade soltanto in circostanze alpinistiche, accade vitanaturaldurante. Quante volte ci è capitato, sciando, di fare una curva cercando di ricordare o di seguire le indicazioni del Maestro o della Guida senza perciò essere in grado di farci guidare dalle sensazioni emotivo-corporee che continuativamente ci arrivano e che continuativamente castriamo? Senza perciò essere in grado di sfruttarne le informazioni. In funzione di questa osservazione, sintomatica dell’attuale tendenza culturale, prende significato il richiamare quanto questa tende a tralasciare: la relazione con sé e l’ambiente. Temi poco materiali, difficilmente inquadrabili nella logica positivistica, facilmente equivocabili con tanto altro di esoterico, demoniaco, quindi inopportuno e sconveniente. Il metodo Munter, per esempio. Per la maggioranza delle persone, esperti inclusi, il metodo è vissuto a mo’ di dottrina: questi sono gli elementi, questi sono i conti dei parametri, questo è il risultato e quindi questo è il rischio. Per quanto ci riguarda, non vi è nulla di più dimostrativo di quanto andiamo sostenendo e nulla, perciò, di più fuorviante dalla migliore interpretazione o impiego di uno strumento quale il metodo Munter è. Già, un intero metodo, piuttosto che una qualunque altra informazione spicciola, per esempio quella raccolta sul posto al momento della partenza, non dovrebbe essere impugnato dogmaticamente, definitivamente. Dovrebbe invece entrare in circolo affinché si coniughi continuativamente al flusso di informazioni emotivo-corporee, oltre a quanto raccolto dalla semplice osservazione tanto degli elementi circostanti, quanto di quelli già presenti in noi, per studio o esperienza. Quando un Tuareg si avvia alla traversata insieme alla sua carovana, non ripassa il manuale di deserto, di tempesta di sabbia o di sopravvivenza sahariana. La cultura con la quale è cresciuto, nella quale si identifica (senza alcun processo di razionalizzazione), è la sede della sua sicurezza. Una cultura forzatamente coniugata, scaturita e formata dalla inconsapevole ma valorizzata relazione con l’ambiente. Per lo stesso motivo un camoscio sente quando poter attraversare una colata ghiacciata e quando no. Muovendo ascoltando la logica del sentire si crea lo spazio per la ricerca e l’esplorazione. Edonismo e positivistico mito del risultato, del profitto trovano il loro legittimo limite. E’ per questo nocciolo che l’alpinismo è atto culturale, non sportivo. E’ per questo nocciolo che le montagne e la natura non sono altro da noi. Con le stesse modalità del tuareg ogni giorno guidiamo la macchina e conduciamo la vita. Davanti ad una curva ghiacciata adottiamo un comportamento utile solo se determinato dalla relazione con “tutti” gli elementi in gioco, colti, intuiti, razionalizzati, consci ed inconsci. La Tecnica, la Conoscenza stessa, se l’atteggiamento è tarato sull’ascolto, diviene elemento pari agli altri e con essi coniugato, quindi tendenzialmente sfruttata al meglio. Non è certo ripetendo pedestremente quanto dice, o non dice, il cartello stradale che realizziamo la massima sicurezza. Come potremmo evitare una sbandata se non usassimo come riferimento il sentire in sostituzione del sapere fornitoci dal cartello? Ognuno di noi può condividere che davanti ad un passo pedonale oltre al verde del semaforo è opportuno dare un’occhiata in giro, ovvero, privilegiare le informazioni scaturite dalla relazione piuttosto che quelle preconfezionate. Solo quando la sicurezza dell’incrocio passa dal verde di quel semaforo all’ambiente – dalla tecnica alla relazione -, possiamo attraversare con il rosso a “rischio zero”. Diversamente, si tende ad alzare il rischio: la presenza dell’imprevisto. La relazione contiene il massimo potenziale d’innalzamento della sicurezza, indipendentemente dalle conoscenze tecniche e dall’abilità motoria di cui disponiamo. Attraverso questo modo, qualche sciatore – parlando di sci alpino, da pista – si preoccupa di fermarsi a bordo pista o comunque non in mezzo ad una strettoia o a valle di un dosso; qualche altro di ripartire solo dopo aver guardato a monte per verificare “spericolati dal controllo precario” in arrivo. Spesso poi, lo sci-alpinismo è insegnato in quanto tecnica, non in quanto attività culturale che si avvale di una certa tecnica; che si attua in un certo ambiente dal quale non si può prescindere se si vuole tendere a formare consapevolezze utili ad alzare la sicurezza. Già Bonatti si era accorto che non era la pistola la fonte della sicurezza per muoversi in ambienti selvaggi. Già Messner aveva messo in risalto il significato del ri-percorso storico come centro della ricchezza e della forza. Della sicurezza. Già Gogna aveva assunto come perno della prospettiva la ri-creazione, fatto individuale, mai massificabile, sinonimo di bellezza e di vita. Già Guerini vide il Gioco su terreni tanto seri. Quindi il famoso turista giapponese che esce dal rifugio Torino in scarpe da tennis non adotta, di per sé, un comportamento rischioso. Noi stessi “esperti alpinisti” potremmo fare come lui. Giapponesi ed alpinisti tendono ad alzare il rischio se il comportamento è adottato senza tener conto degli elementi e delle richieste che l’ambiente e il sé continuativamente offrono e cangiano. Vi ricordate quando su un sentiero qualunque si alza lo sguardo per osservare in giro? Vi ricordate che s’inciampa subito? La non relazione, a qualunque livello, alza la possibilità dell’imprevisto, della sorpresa, riduce l’habitat della creatività: la sola energia capace di re-inventare la soluzione appropriata, di scegliere tra tecniche specifiche (se se ne hanno) o di combinarle in modo inusuale o nuovo. In quest’epoca nelle nostre espressioni si trova l’induzione a pensare/credere che la sicurezza stia nel materiale e nelle tecniche. Due cose fuori da noi, acquisibili e nelle quali – inconsapevolmente – rimettiamo la nostra sicurezza. La sicurezza sembra il prodotto di atto acquisitorio, non quello dell’esperienza consapevole. E’ da questa concezione che nasce l’idea che spittare alza la sicurezza, che il Gps sembra indispensabile, che regolamentare la natura sembra una conditio irrinunciabile a tutte le amministrazioni pubbliche “Giusto”! A patto che gli scalatori ri-cerchino in sé e non fuori da sé il nodo della sicurezza. “Sbagliato”! Se avvicina inconsapevoli persone tarate secondo il positivistico volere è potere, incapaci di essere senza identificarsi in qualche quantità, inconsapevoli sottoscrittori del cogito ergo sum. La relazione con l’ambiente/se dà quindi una possibilità altrimenti remota ed occasionale nella nostra cultura. Dà la possibilità di riconoscere – in modo via via più raffinato – quanto viviamo la nostra natura attraverso il mondo delle idee e quanto attraverso quello dei sentimenti. Quanto le une possano portarci ad adottare comportamenti e scelte incapaci di esprimere il legame con la Terra. Quanto le altre ci permettano di accedere anche a dimensioni dove non possiamo più dire “io”, dove la vita si è compiuta senza pensarla. Un significato delle due dimensioni comporta la presa di coscienza dell’attuale prevaricazione di una rispetto all’altra. La possibilità di liberarci da una per accedere alla libertà contenuta nell’altra. La relazione contiene il massimo potenziale d’innalzamento della sicurezza, indipendentemente dalle conoscenze tecniche e dall’abilità motoria di cui disponiamo. La considerazione che, allora, sono le tecniche che riducono la possibilità del panico, apparentemente contraddizione del discorso, perde di portanza se si prende coscienza che la logica della sicurezza-nella-relazione non vuole essere una alternativa alla logica della sicurezza-nella-conoscenza. Vuole solo puntualizzare che, per quanto già tutti noi ci si comporti in funzione delle informazioni raccolte attraverso la relazione con l’ambiente, e non solo nell’alpinismo, quando parliamo di sicurezza, esperti inclusi (e primi responsabili) frequentemente utilizziamo un linguaggio che non contiene né sottolinea e valorizza la dimensione culturale - della relazione appunto -. Una prevaricazione della dimensione razionale e una cultura intellettualistica, quale è la nostra, non favorisce il recupero di una identità corporea, del valore dell’ascolto, della relazione come principio delle cose. Siamo quindi esseri intossicati dalle idee. Con la respirazione spesso superficiale. E’ una corrente che ci travolge. Infatti è definitivamente passato il concetto di sport anche per le attività che si svolgono in ambienti aperti. Entro questa apparente innocua estensione dell’accezione, dal campo da tennis alla parete nord, convive simbioticamente una proposta d’atteggiamento inadeguata e contraddittoria per alzare la sicurezza. La sportivizzazione, il prestazionalismo, l’attenzione alla “Quantità” delle cose, materiali ultima generazione, equipaggiamento come da pubblicità, “ce l’ha fatta mia sorella devo farcela anch’io”, le tecniche concepite come il fondamento per frequentare le montagne non fanno che spingerci lontano dal centro: la nostra motivazione, la nostra dimensione, la nostra libertà gratificata. Quando Messner scalava la Prima Torre del Sella con le scarpe da tennis (poi le ha passate al giapponese), in molti (tutti?) ridevamo. Lo deridevamo come si farà poi fuori dal Torino, cioè ritenevamo che quanto sapevamo già corrispondeva a tutto quanto ci sarebbe stato da sapere. Nella fattispecie, che la tradizione è verità definitiva. Uno stupro! Che morale dunque? Parlare di sicurezza in questi termini è maggiormente efficace che limitarsi a citare il famigerato “rispetto per la montagna” o il contemporaneo alter ego di “natura amica”. La natura è la natura, per cavalcarla bisogna sentirla. Lorenzo Merlo La bibliografia qui presentata vuole essere un semplice e parziale, ma importante, supporto alla prospettiva della realtà nella relazione. Molti altri titoli possono allungare il presente elenco. Per una verifica ai fini di un’azione mediatica (pianificazione di una trasmissione) è da ricordare che il tema può e deve essere esteso a:
- Bateson Gregory “Verso un’ecologia della mente”, 1990 Adelphi |








