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di Andrea Bocchiola
L’esperienza di un alpinista sempre all’avanguardia. Protagonista assoluto dell’evoluzione negli anni 50 e 60. Tino è tra le figure storiche e carismatiche dell’alpinismo italiano. Ha iniziato ad andare in montagna nei primi anni cinquanta e ha vissuto la trasformazione dell’alpinismo dal primo dopoguerra ai giorni nostri. Una passione bruciante la sua. Precocissima la sua maturità alpinistica: a diciotto anni sul Canalone Marinelli sulla Est del Rosa, a diciannove sulla via dei francesi sulla stessa parete, quando, per epoca e attrezzatura la salita di queste vie rientrava nel novero delle ascensioni di eccezione. A 27 anni viene accolto nell’èlite del Club Alpino Accademico Italiano, il ristretto sodalizio che raccoglie gli alpinisti puri, i "senza guida" che scalano le montagne ad alto livello per cultura e passione. Entusiasmante la sua capacità di immaginare delle possibilità di salita su pareti non ancora percorse e soprattutto di immaginarsi muoversi in esse: Tito si è formato all’arrampicata sulle difficili salite dolomitiche e quindi ha introdotto nelle nostri valli i gradi duri della scala delle difficoltà. Incredibile le sue avventure. Qualche esempio? I due bivacchi invernali sulla est del Monte Rosa, a – 35, sulla via Brioschi, quando le camicie di flanella, i maglioni di lana e le giacche di tela assicuravano una ben scarsa protezione da freddo e vento rispetto al goretex o al pile, al capilene di oggi. La prima salita italiana alla est dello Strahlhorn, con la sezione difficile della via coperta da una colata di ghiaccio e superata salendo nell’intercapedine tra ghiaccio e roccia, sotto il getto gelido dell’acqua che la attraversava, il temporale durante la discesa, che colpisce Tino per ben due volte ed il vento che con la folata gli apre in due lo zaino. Ingegnosa ed in anticipo sui tempi le sue intuizioni, come quella di usare due picozze anziché una e di farne piegare la becca per avere più presa sul ghiaccio, per affrontare il ghiaccio ripido a 75 gradi, della Nord del Triolet (prima ripetizione italiana della via Contamine), ben prima dell’avvento della piolet traction ad opera dei francesi. È veloce il suo spirito di adattamento alle novità incipienti. In pochi conoscono la storia dell’arrivo delle prime scarpette di arrampicata in italia. La situazione è questa: nel 1970, Tino, con Casarotto (scomparso sul K2 nel corso di un tentativo solitario) e Sergio Martini (che di recente ha completato la salita dei 14 ottomila) partecipa ad un meeting di alpinisti in Inghilterra. Gli inglesi mostrano agli ospiti le due grandi novità per arrampicare su roccia: i nuovi mezzi di assicurazione che sostituiscono i chiodi, i nuts e le mitiche EB, aderenti scarpette di arrampicata con la suola in gomma. E soprattutto gli inglesi mostrano ai nostri italiani il nuovo stile di salita, il free climb: salire senza attaccarsi ai mezzi di assicurazione e salire senza lasciare tracce sulla roccia. Tino sarà tra i protagonisti dell’introduzione in Italia dei nut, scarpette e freeclimbing. Ma l’alpinismo che Tino preferisce è l’alpinismo alla Rebuffat, è un alpinismo classico, fatto di pazienza, di sofferenza su quelle pareti alpine che non conosceranno mai una sovrafrequentazione e che non saranno mai addomesticate dalle protezioni. Sono le vie di misto in quota, dove è sempre un problema proteggersi, dove dove il terreno è spesso infido e non è mai semplice capire dove andare. È su questo terreno che emerge l’alpinista di razza, l’alpinista che non solo ha la capacità di affrontare tratti tecnicamente difficili, ma che ha la capacità di destreggiarsi su un terreno poco intelligibile, dove è determinante il senso della montagna. Una cascata difficile o un tiro di corda di 7c, persino una lunga via di roccia con alte difficoltà ma ben protetta, possono essere assai meno impegnative di una grande via classica, dove le difficoltà tecniche non sono elevatissime, ma l’ambiente, la complessità del terreno, la lunghezza del percorso, impongono un impegno complessivo di gran lunga superiore. È un alpinismo mi dice Tino, che richiede e impone sempre un gran margine fatto di esperienza e consuetudine alla montagna, è un alpinismo che richiede e domanda un buon accordo con se stessi. Niente a che vedere con un andar per montagna usa e getta, dove le salite si susseguono al ritmo dettato dall’elenco della guida. La salita viene pensata e immaginata, quasi amata ed infine fatta nel momento in cui la disponibilità dell’alpinista incontra quella della montagna. Non si sceglie una salita perché va fatta ma perché la si desidera. Ed infine non la si sale con chiunque ma con qualcuno sul quale si può contare. Qualcuno che sia capace ma soprattutto qualcuno col quale ci sia un legame. Il secondo è un amico e non, come disse un alpinista famoso, quello stronzo che tiene la corda. In questo alpinismo il concetto è il viaggio, un lungo scampolo di via da spendere in montagna, analogo moderno e avventuroso del Grand tour, dei romantici inglesi e tedeschi per l’Italia del Settecento. foto | creditoTino Micotti
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