Nel Maelstrom delle Gole di Gondo
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di Alberto Paleari

Le mie preferite tra le giovanili letture furono i racconti di mare e tra questi Gordon Pym di E. A. Poe e il suo racconto breve: Una discesa nel Maelstrom. Come ricorderete il racconto descrive l’avventura di un pescatore norvegese risucchiato in un gorgo senza fondo del Mare del Nord, il Maelström appunto. Il fenomeno naturale viene raccontato con tale drammaticità e grandiosità da assumere una dimensione metafisica: il Maelström di Poe non è solo un vortice di spaventose dimensioni, ma anche il luogo in cui la ragione si smarrisce e l’anima si perde. La prima volta che vidi le Gole di Gondo pensai: questo luogo è il Maelström pietrificato. Alla fine degli anni 70, io e alcuni fedeli compagni: Mauro Rossi, Luigi Montani, Luciano Riva, Tiziano Calderoni, siamo stati i primi ad arrampicare nelle Gole di Gondo, no, non proprio i primi, ma i primi a tornare vivi, i primi a raccontarlo, come il pescatore norvegese di Poe. Prima di noi arrampicò Gratien Volluz, abate dell’Ospizio del Sempione e guida alpina, perito nelle gole il 12 agosto 1966.

Per spiegare come si arrampicava allora bisogna raccontare un fatto che mi capitò con Tiziano Calderoni durante un tentativo alla Fessura del Secondo Tornante. Arrivati all’inizio del secondo tiro, come sa chi l’ha fatta, la fessura s’allarga, diventa fuori misura e molto strapiombante, di passare in libera nel 1978 non se ne parlava, chiodi così grandi e cunei non ne avevavamo, gli spit non li avevano ancora inventati. Ma avevamo gli scarponi, pedule semi rigide con la suola di vibram, così, dopo essermela tolta, martellai nella fessura una pedula, poi l’altra, avvolsi una fettuccia e ci attaccai le staffe, la prima pedula tenne, la seconda uscì e caddi in testa al povero Tiziano. Tornai qualche giorno più tardi con un grosso cuneo di legno fatto appositamente; oggi hanno messo due spit.

Prima ho parlato di anima, ci sono dei luoghi che hanno un’anima, ci si accorge dell’anima di un luogo quando ci si sente osservati; vi voltate, non c’è nessuno, solo rocce e alberi contorti, uno di questi luoghi è la Pala di Gondo. Quando, dopo tre giorni di arrampicata e due bivacchi in parete, di cui uno nell’amaca, Mauro e io uscimmo nei boschi in cima alla Pala, parlavamo ai larici, ne accarezzavamo la corteccia come fossero nostri fratelli, lasciavamo che le formiche corressero sulla nostra pelle rallegrandoci del solletico che ci facevano. Mai cordata fu così strampalata come la nostra, io alto e magro come un chiodo, Mauro esile e piccolino; feci un volo di otto metri sull’unico nut che c’era fra me e lui che mi assicurava, mi fermai alla sua altezza, nel vuoto, il nut era sceso nella fessura per una decina di centimetri, assestandosi. Quel nut c’è ancora, il cavetto d’acciaio è molto arrugginito ma c’è ancora, nel terzultimo tiro. Mi è capitato di ripassare un paio di volte da quelle parti, quando arrivo al nut gli dico ciao e grazie, se lo merita.

Adesso la Fessura del Secondo Tornante l’hanno spittata, la Via delle Rondini Sanguinarie l’hanno spittata, manca solo la via sulla Pala e poi me le hanno spittate tutte, io sono contento, cosa aspettate climbers ossolani! Dai! Andate a spittare anche la Classica alla Pala! Almeno poi si potrà ripeterla senza rischiare l’osso del collo, ma quel nut del terzultimo tiro, mi raccomando, non toglietelo, quel nut lì è meglio di uno spit, ha già fatto il suo dovere una volta e lo rifarà ancora se necessario. Poe era ossessionato dai gorghi, dai vortici; nel celebre racconto “Manoscritto trovato in una bottiglia” ricordate? C’è un mulinello fatto di immensi cerchi concentrici in cui viene inghiottita una nave intera. Se Poe fosse passato anche una sola volta dalle Gole di Gondo esse gli avrebbero certamente ispirato un bellissimo racconto gotico. Ma avrebbe capito Edgar Allan Poe un’attività inutile come scalare per diletto pareti di roccia? Sul mare i suoi personaggi ci vanno per necessità di pesca e di commerci ma scalare una parete di roccia che è se non un gioco? E anche scrivere racconti gotici che è se non un gioco?

Salire le pareti delle Gole di Gondo è stato un gioco che un tale che si chiamava come me, un certo Alberto Paleari, si è divertito a giocare più di vent’anni fa per un paio di anni. L’Alberto Paleari che scrive queste righe intanto è diventato un’altra persona, per esempio quasi tutte le cellule che componevano il corpo di quell’Alberto Paleari là sono morte e ne sono nate altre. Se un’amico lo incontrasse per strada dopo più di vent’anni farebbe forse fatica a riconoscerlo, il suo viso s’è raggrinzito di rughe, appannata la vivacità dell’ occhio, ingrigiti i capelli, sono apparsi i primi acciacchi, i reumatismi, i dolori delle vecchie fratture e verrebbe da dire anche di quelli dell’anima, se per quelli ci fosse stato il tempo, ma l’Alberto era troppo occupato a tirare la carretta e a far quadrare il bilancio familiare, i dolori dell’anima sono lussi per sfaccendati. Molti giri abbiamo compiuto, noi, salitori delle Gole di Gondo, nel mulinello del Maelström; da un lato sprofonda la voragine, dall’ altro si eleva verso l’orizzonte la muraglia d’acqua appena percorsa. Legati a un barile vuoto, naufraghi, giriamo, giriamo, ogni giro un poco più stretto, ogni giro un poco più in basso. Come il pescatore norvegese di Poe c’ingegnamo di ritardare la discesa catastrofica verso il fondo del vortice e capita che un piccolo successo, una vittoria temporanea, un colpo azzeccato, ci facciano esultare per un momento.

Lo sappiamo, la caduta è inevitabile ma lo sguardo non dev’ essere per le nere muraglie, il risucchio, il fondo dell’abisso, lo sguardo dev’essere per lo squarcio circolare di firmamento chiaro, di un azzurro profondo, luminoso, lo sguardo dev’essere per il cielo che splende lassù a perpendicolo sopra di noi, all’inizio della spirale, lo sguardo dev’essere per la cresta di schiuma, per l’orizzonte circolare ormai irraggiungibile, per il confine luminescente dell’oceano su cui splende una luna al suo colmo, una luna di una chiarità mai veduta.

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Alberto Paleari