Abisso
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di Andrea Bocchiola

Il primo lemma di un ipotetico dizionario alpinistico non può che essere abisso. Che l’alpinismo abbia a che fare con l’abisso sembra in effetti ovvio: le montagne sprofondano a valle, sotto i piedi dell’alpinista, le montagne fanno sprofondare lo sguardo dell’alpinista con la loro imponenza. Certamente possiamo dire che l’alpinista sta sulla soglia dell’abisso e che l’abisso abita la pratica alpinistica come la sua essenza più intima, come il suo profondo, esposto. Ma se proviamo a dire cosa sia e dove sia l’abisso, ci troviamo dinanzi a difficoltà insormontabili. Dove potrebbe trovarsi l’abisso e di cosa potrebbe essere fatto, visto che l’abisso non ha corpo e non ha materia? E poi cosa dobbiamo pensare del vuoto in rapporto all’abisso e del rischio in rapporto all’abisso cosa dire? Il vocabolario della lingua italiana, alla voce abisso, ci sospinge lungo un ben strano détour.

Abisso, leggiamo, è la profondità sconfinata, il baratro, e pure è la soglia degli inferi, il campo dei demoni. Infine, in araldica, abisso è il punto centrale dello scudo: il suo cuore. Un sottile filo lega e fa risuonare insieme gli elementi del campo semantico della parola. Si dice che il cuore sia l’organo della passione e dell’entusiasmo, che abbia dunque leggi proprie che differiscono da quelle della ragione e del dialogo muto dell’anima con se stessa. Il cuore infatti segue sempre la legge dell’altro, dell’altro della passione, dell’altro dell’entusiasmo, della melanconia come dell’ira; per questo è sempre un po’ estraneo, perché se pure è nostro batte sempre per l’altro e a volte lo fa anche con violenza, con una violenza che è demoniaca, poiché, appunto ci spossessa conducendoci altrove. Il cuore lega e salda in un luogo il registro della passione amorosa e il suo doppio oscuro: la melanconia, che è lo spazio dello smarrimento e della perdita. Se la passione ci perde (fa perdere la testa, si dice), la melanconia ci racconta della perdita dell’altro e dello sprofondamento umorale che ne consegue.

Questo vuol dire che lo scudo, nel punto del suo cuore-abisso, in verità è come se si invaginasse e inabissasse. Il cuore dello scudo, solitamente, o spesso, è protetto da una testata in rilievo ma anche da un punzone metallico che, geometricamente, disegna proprio il movimento centripeto che risucchia lo scudo fuori dal proprio campo geometrico. Il cuore si inabissa per entrare nel campo dello smarrimento e dello sperdimento passionale e melanconico. Trascinato fuori da sé e dal sé, l’appassionato e l’entusiasta è altrove, presso l’altro.

Ecco che il campo dell’abisso incontra quello dei demoni che ci possiedono e, a volte, ci accecano (per amore come per ira capita di «non vederci più e nulla capire») e tutto questo ci inabissa. Là dove le leggi degli uomini e là dove il dialogo dell’anima con se stessa non ci offrono appoggio alcuno, siamo là dove l’oggetto della passione, dell’ira e della melanconia ci sottrae a noi stessi. Fuori da noi, fuor di senno, come spesso si dice delle imprese alpinistiche. Esposti, gettati in un mondo che, rispetto a quelle leggi e a quel dialogo, è smisurato. Là dove quelle leggi e quel dialogo ordinavano e stabilivano norme e criteri, ecco che compare la dismisura e l’esposizione ad essa. Ecco l’abisso che fa capolino come nome della dismisura, del cedimento di quanto dà fondamento e stabilità. Ma occorre fare un passo ancora. L’abisso non è l’effetto o la conseguenza dell’inoltrarsi nella montagna da parte dell’alpinista. Non coincide con il vuoto sotto i piedi dello scalatore, né con il pericolo. L’abisso è il campo dell’alpinismo, la sua condizione essenziale, la sua dimora. L’alpinismo è una pratica dello smisurato, dunque dell’enigma, di ciò che il dialogo dell’anima con se stessa non potrà mai ridurre a propria misura, e dello stupore dinanzi al sottrarsi eterno del mondo alla nostra presa.

Poiché l’abisso è il lato nero dello stupore di stare all’aperto, al cospetto del cielo, del sole, della luna, degli astri mobili e silenziosi come scriveva Aristotele nella sua Metafisica.