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di Giorgio Francese
Negli ultimi tempi, la pubblicazione di un paio di titoli de “I licheni” della Vivalda (“Nuovi Mattini. Il singolare ’68 degli alpinisti”, a cura di E. Camanni, e “I falliti e altri scritti” di G.P. Motti), ha fatto sì che ci sia stato un gran parlare di quel movimento che rinnovò l’alpinismo a metà degli anni ’70 e che oggi tutti chiamano il Nuovo Mattino. Che quei torrioni di roccia non fossero mai stati notati è una bugia; quindi, visto che non siamo sponsorizzati dalla tale o tal’altra marca di corde, di chiodi o di moschettoni, non staremo a dire che noi abbiamo trovato la Mecca o l’Eldorado dell’alto Vergante. Il Mottarone era lì: sulle sue pendici esisteva già una palestra che (udite! udite!) era attrezzata con chiodi ad espansione (orrore). L’epoca era anche quella dell’arrampicata pulita: basta chiodi, viva i nut, magari excentric o stopper, e magari di plastica! Si partiva senza martello, salvo poi pentirsene amaramente e sognare un bel chiodo Charlet Moser a lama dolce che, cantando, entrasse in quella stupida fessura dove invece lo stopper piccolo ci ballava e non ci avremmo appeso neppure il mazzo delle chiavi di casa. Come stavo dicendo, il momento era di quelli, per così dire, storici e la palestra mottaroniana attirava parecchio. Ci si pose subito il problema se ci fossero altri posti vicini così attrezzati ma la ricerca, almeno per noi, fu vana. In compenso, avanguardisti per sentito dire come eravamo, ci dedicavamo al sassismo, sognando Bleau (n.d.r.: la foresta di Fontainebleau, presso Parigi) o, più semplicemente, i sassi della Val di Susa o, molto più semplicemente ancora, arrampicando in quel bosco da favola che era Locarno, in Valsesia (“era” è d’obbligo, visto lo scempio che è stato fatto di quel luogo in tempi recenti). Finché, proprio al Mottarone, un’escursione accurata alla fine della cresta erbosa che parte dai ripetitori ci aprì gli occhi sopra un ben di Dio di sassi e paretine, da salire slegati, oppure con una pietosa sicura dal basso, senza nessuna protezione in mezzo (d’altronde in Val di Mello fanno così!). La cosa si trascinò per un po’, ma fare slegati delle placche un po’ polverose, con il pericolo di farsi male, non era proprio il massimo… Così, un giorno, muniti di perforatore a mano, scendemmo in un canale d’erba che ci rivelò delle strutture a placche veramente proibitive. Dopo svariate peripezie su cenge e lame, arrivammo ad un terrazzo a metà parete dove in quarantacinque minuti d’orologio e con molte pestate sulle mani, venne infisso uno spit con placchetta. Quindi, il miglior placchista del momento, il Tugnin, per gli amici Carlesso, fu calato fino alla base della struttura per trovare un’eventuale via di salita. Purtroppo per noi i tempi erano acerbi e benché il Tugnin fosse capace di passare da primo il sesto superiore sprotetto nella Val di Mello, in mezzo a quelle placche si sentì un po’ perso. A turno ci facemmo calare sino alla base ma nessuno concluse niente. Tornammo a casa con le pive nel sacco, convinti però che domani …chissà. È dicembre: Mary parte per l’ennesima esercitazione di soccorso ed io mi pregusto un tranquillo sabato mattina di lavoro. Alle 12,20 una mega frittata con cipolle e pancetta e due litri di lambrusco sul tavolo mi dicono: “Vieni! Vieni!”. Ma io sono irrequieto, l’idea di mangiare e bere mi alletta poco. Mah! quei tasselli a espansione tipo spit che ho comprato in mattinata, il trapano che attende di andarsene in montagna dopo tanto lavoro cittadino, le trenta placchette messe da parte in tanti anni … per che cosa? Faccio un tiepido tentativo telefonico con Alberto, sono le 12,30: “Verresti al Mottarone?” Risposta: “si!!!” La frittata, ormai sul piatto, rimarrà lì fino a sera inoltrata. Alle 13,20 sono da Alberto e si parte. La giornata è discreta e molto ventilata. A causa dell’ora tarda ci fermiamo sulle prime placche dei tempi che furono. “Ma tu vuoi chiodare dall’alto o dal basso?” “Boh! …” Alberto, Dewel per gli amici, sentenzia: “Dal basso, come il Manlio”. Io annuisco, ma non sono convinto. “Il trapano, dove ce lo leghiamo?” “Mah … Il Manlio usa …” “Lascia stare! Quattro fettucce, cinque moschettoni, la punta dell’8 lunga 20 cm, e va bene così!” Il salto di qualità Gennaio. Ai due si unisce anche Fabio, detto Superman. Il tizio ha ottime capacità ed esperienze di apertura di vie dal basso. È il momento delle placche basse. I Pascoli del Cielo: 90 m, IV, G. Francese, G.P. Pasquale, M. Ricci 19.9.1982 (forse già percorsa in precedenza). Da Armeno verso il Mottarone, fino a un gruppo di ripetitori sulla sinistra, poco sotto la cima (indicazione “Palestra di roccia”). Lasciata l’auto, si scende per un viottolo lungo il panoramico crestone meridionale della montagna (tramonti indimenticabili al ritorno). Dopo circa 10 minuti, il viottolo, diventato un sentiero, attraversa una zona con grandi massi: si volta a destra per traccia evidente e ci si affaccia su una valletta delimitata, a destra e a sinistra, da grandi placche di granito rosso. La via si svolge sulla piramide di destra, oggi detta l’Aquila: il posto è bello anche se non si arrampica. Si scende nella valletta costeggiando le rocce dell’Aquila, aggirandone lo spigolo meridionale e continuando poi fino a pochi metri prima del punto più basso raggiunto dalle rocce. L’attacco (circa 20 minuti dalle auto) è riconoscibile per una bella fessura, posta qualche metro più in alto. Nel 1982 la via fu percorsa senza protezioni fisse, utilizzando solo dadi (nut) e fettucce; oggi, tutta la parete è percorsa da vie protette con spit: alcune di esse (in particolare Viaggio nell’Aderenza) coincidono in parte con l’itinerario originale. Si raggiunge la fessura che si risale con bella arrampicata. Si prosegue fin sotto un breve strapiombo che si supera (V) o si aggira sulla destra. Si obliqua verso destra e si prosegue fino in cima, eventualmente sfruttando, appena sotto la cresta, una larga ed evidente fessura coricata verso sinistra. Una traccia pianeggiante riporta, in breve, alla testata della valletta d’accesso. |
