|
di Andrea Bocchiola e Lucio Saviani
Il 26 novembre 2003 al Macro – Museo Arte Contemporanea Roma, in occasione di una performance di teatro musicale, Musica per le montagne, un intenso confronto ha visto protagonisti il filosofo Lucio Saviani dell’Istituto per gli Studi Filosofici di Napoli, due accademici, Mauro Penasa e Andrea Bocchiola ed il maestro Giovani Guaccero. Ascesi e teatro della crudeltà "… gli innumerevoli scintillii dorati del sole sulla superficie del mare, i delfini che guizzavano a prua, le spiagge basse delle coste della Calcidica e, in lontananza, l'immensa piramide dell'Athos che sbarrava come un portale l'orizzonte marino… .1. Scrive Emiliano, archimandrita del monastero di Simonos Petra: "Questa 'santa cima' - che di norma è ricoperta di neve splendente, e talora riflette i raggi del sole, talora è invece celata dalle nubi - era predestinata a divenire "Oros (monte) della luce": il termine antico aíthôn significa infatti igneo, brillante, lampeggiante… La cima occupa un posto particolare nel cuore degli athoniti. Essi vedono questa montagna come l'asse del mondo che unisce cielo e terra, come la colonna grazie a cui le loro preghiere salgono a Dio, come lo sgabello di Dio, come la scelta dimora della 'Pantanassa' o 'Regina universale', la 'Madre della Luce'. Innumerevoli stampe ed icone rappresentano la Panaghìa in cielo, al di sopra della vetta innevata dell'Athos, che stende sul mondo il suo velo, la 'santa protezione' della sua preghiera". Nel 1936 Antonin Artaud scrive La montagne des signes, cronaca del suo viaggio messicano sulle tracce degli indiani Tarahumara. Artaud è una delle voci più straziate e visionarie del nostro secolo ed i suoi scritti, inispecie gli ultimi diari, i famosi e perlopiù inesplorati Cahier de Rodez, costituiscono un’oscura escrescenza nel corpo del Moderno. Ma allorché si inoltra nelle Montagne des signes è ancora aggrappato all’ultima estrema speranza della ascesi ultima, dell’epifania del senso e della ricomposizione dell’esperienza. Ed allora la montagna comincia a parlare, a mostrarsi, a far cenno. “Il paese dei Tarahumara è pieno di segni, di forme, d’effigi naturali” (Artaud, Al Paese dei Tarahumara, p. 72). Ed il suo è un discorso di morte, di orrore, tortura e nascita: “Ovunque mi sembrò di leggere una storia di concepimento nella guerra, una storia di genesi e di caos, con tutti quei corpi di dei tagliati come uomini, e quelle statue umane a tronconi. Non una forma che fosse intatta, non un corpo che non mi paresse reduce da un recente massacro, non un gruppo in cui non abbia dovuto leggere la lotta che lo divideva” (Artaud, Al Paese dei Tarahumara, p. 72). E’ la crudeltà della vita che Artaud vede iscriversi sulla montagna e che precipita su di lui iscrivendolo in essa. Allora Artaud, come per difendersi inizia a contare. “Forse sono nato con un corpo tormentato, truccato come l’immensa montagna; ma un corpo le cui ossessioni servono; e mi sono accorto che nella montagna serve aver l’ossessione di contare. E così Artaud conta: addiziona ombre, conta costole di uomini o brandelli di animali fatti rocce e di rocce in parvenza di uomini, conta il ripetersi della medesima roccia e per questa via ‘riduce il caos materiale ai suoi principi, attraverso una sorta di grandiosa matematica, spiega come la Natura si ordini e diriga la nascita delle forme che estrae dal caos” (ibidem). Ricordiamo il mito di Dioniso, sbranato dai Titani mentre si guarda nello specchio. Il mito ci porta sulle soglie di due visioni. Da una parte mette in scena la frantumazione della vita, “la scissa molteplicità della vita individuatesi nei poli delle volontà passionali e parziali in lotta tra loro, lo strato titanico dell’esistenza” (Carlo Sini, La mente e il corpo, p.80): Dioniso ucciso, fatto brandelli dai Titani. Dall’altra mostra come “la frantumazione della vita sia la sapienza della vita” (ibidem): ciò che lo specchio riflette sono i Titani: “la sapienza della vita è la comprensione della sua unità (l’evento del sapere e del suo saper dire)” (ibidem). La montagna è per Artaud luogo di visione, di discorso, è una montagna dei segni, una montagna che parla e l’ascesa è una peripezia discorsiva, una peripezia di segni che si incarnano in rocce e di rocce che si fanno segni, reversibili e speculari le une negli altri. Ma la montagna non è più qui luogo di un’epifania salvifica. Non è più axis mundi, tempio, trono celeste, ma campo della deiezione, macchina frantumatrice. Nella montagna Artaud fa esperienza dello strato titanico dell’esperienza in un cortocircuito che brucia lo spazio del linguaggio. La montagna gli parla ma priva ormai di quell’elemento simbolico capace di saldare il tutto e le parti. Abbandonata dal logos e dal verbo, la montagna frana addosso ad Artaud deformando i suoi pensieri in rocce e trasformando le rocce in pensieri,. Talché, ciò che in Artaud si è fatto roccia gli crolla addosso in forma di segno e facendogli segno, da fuori. Allora Artaud perde la visione dello specchio, la sapienza della vita e diventando roccia esso stesso patisce lo smembramento stesso della montagna crollata ed è solo sul bilico della dissoluzione nel ‘tutto’ morcelé, che si aggrappa al principio metonimico e aritmetico della somma. E’ allora che Artaud comincia a contare e contare gli permette ci con-vertire e di riconvertire il farsi roccia di sé e il farsi corpo della montagna. E’ un contare che non unifica, che non salva ma è pur sempre un contare che trattiene dal precipizio. Quanti di noi alpinisti non hanno mai contato, contato i tiri che mancano, contato i passi, contato le ore, contato …. (A.Bocchiola.) .2. Per l'ascesa mistica, nella Vita di Mosé di Gregorio di Nissa domina l'immagine della montagna. L'ascesa di Mosé al Monte Sinai non è interminabile. Mosé arriva fino al punto di arrestarsi sulla cima della roccia. Ancora un passo e precipiterebbe nell'abisso. .3. Il 10 novembre del 1793, a Parigi, nella cattedrale di Notre-Dame, si celebrò una festa molto particolare. Al centro dell'edificio fu innalzata una montagna, che era il simbolo dei montagnardi. Nel corso della festa una donna, che rappresentava la Libertà, uscì da questo tempietto e sedette su di un trono, dove ricevette l'omaggio dei rivoluzionari. Sulla cima del tempietto campeggiava la scritta: "alla filosofia". La montagna evoca da sempre l’idea della Legge. E' il luogo dove la legge viene rivelata e custodita, dove spesso è custodita la memoria storica di una nazione o di una comunità. Ma anche per questo, la montagna è il luogo della solitudine e del rischio. E del pericolo, soprattutto se vi si accede alla ricerca del Fondamento. L’esperienza spirituale più difficile è quella dell’esser giunti in cima. Nel De Infinito, il giovane Giordano Bruno racconta di come, una volta raggiunta la vetta del Vesuvio, si fosse reso conto che non era tanto diversa dal resto del mondo: vi si trovavano gli stessi frutti, legumi e fiori che crescevano alle sue pendici. Arrivati in cima, dunque, ci si rende conto che Dio non c'è o che, se è sulla montagna, allora è anche nell’orto di casa. Dio è terra per ceci. .1. Hans Georg Gadamer parla di "tornanti" di montagna quando in I sentieri di Heidegger chiarisce il significato di una parola tedesca che è stata testimone di una vicenda molto importante per il pensiero filosofico del nostro secolo. La parola è Kehre, e che è solitamente tradotta con "svolta" (la "svolta" di pensiero del secondo Heidegger). Nella sua storia il pensiero filosofico ha spesso incontrato figure e luoghi alpini. I due concetti appaiono peculiarmente annodati. Così gli Holzwege che ci conducono e non ci conducono, che ci inviano e ci smarriscono, nella loro aleatorietà possono all’improvviso portarci esattamente dove desideravamo giungere, esattamente nel punto in cui tutte le nostre forze andavano dirigendosi e coagulandosi. Cosi la Kehre e gli Holzwege rimandandoci la prima alla familiarità estraniatasi della nostra provenienza ed alla estraneità destinale della nostra direzione, circoscrivono il campo di uno degli spazi principe del sentire novecentesco: l’esperienza del perturbante e dell’inquietante estraneità. Frequentatori della montagna ed alpinisti hanno grande esperienza di sentieri, tracce ed ancor più esili chance di percorso, di salita. Hanno esperienza di un internarsi nello spazio aperto della montagna di inquietante potenza e pericolosità come se questo spazio fosse al contempo quello della loro autentica destinazione. Talché, alla fine del loro percorso si scopre che l’Holzweg co-incide con la Kehre, che lo spazio della provenienza è al contempo quello della propria destinazione, e che questo spazio, che è di ciascuno ad una profondità tale da essere ad ognuno estraneo, può ritornare a noi solo passando dal mondo, solo al prezzo di un détour all’insegna del perturbante. Per questa via possiamo intravedere come la svolta del tornante non sia priva di rapporto con la sorpresa e non sia senza relazione con lo smarrimento, lo sviamento, l’indietreggiare per meglio avanzare. (A.Bocchiola) .2. I paesaggi sono sempre 'storici', così come storica è la simbolizzazione della realtà. A questo discorso la montagna non si sottrae: anch'essa, con il mutare dei tempi, è diventata "paesaggio", caricata di una valenza culturale. Un episodio paradigmatico della valenza culturale della montagna è rappresentato dall'ascesa al Mont Ventoux che Petrarca compie nel 1335. Non a caso, in questo episodio, si ha a che fare con una montagna di libri, scritti, letti e ancora da scrivere. Petrarca decide di compiere l'escursione dopo avere letto un libro di Tito Livio che, a sua volta, parla dell'ascesa al monte Emo, in Tessaglia, compiuta dal re macedone Filippo. Sono risposte che al poeta giungono da mondi lontanissimi, eppure il senso che egli ne ricava, e noi con lui, è lo stesso in entrambi i casi. Petrarca annota: "Incontrammo un vecchio pastore, che con molte parole cercò di dissuaderci dalla scalata. Ci narrò che anch'egli, cinquant'anni prima, era salito sulla cima, ma ne aveva riportato solo delusione, fatica, corpo e vesti lacerate". Raggiunta la vetta del monte, Petrarca è sopraffatto dall'aria di quelle altezze - un'aria leggera, frizzante - e così, quasi per riprendersi, apre un libro. Ancora un libro. Sono le Confessioni di Agostino, che il poeta porta sempre con sé, dove egli legge, quasi come risposta al suo malessere: "Gli uomini vanno ad ammirare gli alti monti" - e altre cose ancora: mari, fiumi, stelle - "ma - dice Agostino - di se stessi non si curano". A questo punto Petrarca distoglie lo sguardo dal monte e dal paesaggio e si ritira nei meandri dell'anima, assai più vasta delle terre di questo mondo. Petrarca dunque, precursore della sensibilità moderna, appartiene a quella cultura che pensa e conosce la natura attraverso e dentro i libri; eppure egli lascia la testimonianza di chi ha tentato una via, un "tornante" che porti ad una esperienza estetica e ad una conoscenza non concettuale della natura. Questa "via" estetica alla montagna appartiene alla modernità, che conoscerà la nascita di una nuova disciplina - l'estetica - che potrà vedere nella montagna una delle 'vie' al sublime, a ciò che attrae e atterrisce, che avvilisce ed esalta. La via 'estetica' è alla base, nella civiltà occidentale, di quella cultura della "conquista", della sfida, del pericolo e dell'appropriazione, in cui si lotta contro la montagna per mettersi alla sua 'altezza', in cui non si riesce più a guardare alla montagna se non come ridotta a semplice supporto per l'impresa eroica, traccia - nel mondo secolarizzato - dell'esperienza ascetica. Ma esiste anche un'altra via alla montagna, quella via 'simbolica' di cui la moderna 'invenzione' della montagna ci rende difficile - ma anche impone di - ripercorrere le tracce. Lungo la via simbolica ritroviamo la montagna come realtà spirituale. E' una montagna che appartiene, come tutti gli altri aspetti del mondo abitato dagli uomini, ad un mondo in cui ogni cosa e l'uomo stesso partecipano di un legame sacrale e simbolico, tra gli uomini e, al tempo stesso, con l'ordine che li lega e governa. A proposito della valenza ontologica della nozione di 'simbolo', Eugen Fink afferma: "Tutto l'ente è impregnato dell'essere uno, che supera tutti i limiti e le separazioni delle cose isolate, le tiene e le riunisce, le abbandona e le protegge, le fa nascere e morire, ne controlla la trasformazione e l'andamento". Il tutto universale, o l'essere del mondo, che 'governa' come eterna forza di individuazione sulle cose del mondo appunto rendendole finite, è ad un tempo ciò che riunisce e ciò che separa. L'essere del mondo non trova posto accanto o al di sopra delle cose finite, allo stesso modo non si costituisce come dimensione dell'eterno distinta dal 'mondo' del transitorio. E' soprattutto per questo suo originario sottrarsi che la comune interpretazione delle cose si ferma alla molteplicità degli enti senza comprendere la finitezza della cosa finita. Eppure, dice ancora Fink, "la filosofia come saggezza universale si risveglia quando la cosa finita riluce nella sua qualità di inerenza al mondo e rinvia quindi all'intero universale, quando il carattere di frammento dell'ente riluce nella luce del mondo". Ciò che accade ad una cosa finita, anche se enorme come una montagna, quando riluce nella sua inerenza al mondo, è un diventare trasparente (alla luce del mondo). Le cose "trasparenti" che si lasciano attraversare dalla luce del mondo acquistano una profondità cosmica; guardando sul fondo si esse, dice Fink, "apprendiamo come il tutto si agiti in esse". E' soprattutto grazie a questo luminoso attraversamento della cosa da parte del mondo che la cosa stessa non può essere pensata come semplice 'metafora', immagine o riflesso. "Un'immagine quanto meno è 'ritrattiva' tanto più fortemente è 'simbolica'", afferma infine Fink. La cosa finita rimanda al 'tutto governante' ma non nel senso del rinvio ad un'altra cosa del mondo: la cosa che riluce della potenza del mondo è diventata simbolo. In essa è avvenuto il completamento di un frammento con il suo "complemento"; è avvenuta la 'coincidenza', il symballein tra cosa e mondo. Il culto, il rito, il simbolo sono più antichi del pensiero concettuale e dell'invenzione estetica della montagna. La montagna è axis mundi, il legame che - come ogni soglia-limen - unisce e separa, comunica la terra e il cielo. E' la montagna-tempio: la sua sacertà è testimoniata dal suo essere - come ogni tempio - soglia, punto d'incontro delle regioni terrena e celeste, centro del mondo, luogo simbolico di manifestazione del Principio. Le vette, dunque, come prossimità e dimore degli Dei: la montagna come partecipazione ed espressione del senso della trascendenza. Attraverso quali 'tornanti', oggi, è pensabile rintracciare il senso di una "salita alla vetta" come esperienza spirituale della montagna, che ne conservi, anche in vetta, i caratteri di inviolabilità e dunque di simbolica trascendenza? E dunque di un rapporto con il mondo in cui siamo chiamati a vivere che ricordi il sentimento simbolico-partecipativo dell'essere al mondo, il senso del simbolo che lega le parti al tutto e che ne illumina il senso e la potenza? C'è un'altra espressione, allora, che sembra indicarci una possibilità: "realizzare" la Montagna come qualcosa che si porta sempre e ovunque con sé. Parlare - come non facendo mai ritorno dalle vette in pianura - "per mezzo della montagna", come dice René Daumal ne Il Monte Analogo, e non solo parlare della montagna. Nella realtà 'invisibile' del Monte di Daumal sembra intanto tornare proprio quella "trasparenza" di cui parlava Fink a proposito della simbolicità delle cose colte nella loro inerenza al mondo; allo stesso modo, alla luce della conversione e del tornare - nella Kehre - a se stessi di cui parlava Heidegger "il Monte lo si vede, se si è con-vertita la mente ai simboli". (Bonesio, 1997) L’alpinismo nasce all’insegna del discorso scientifico. La via estetica è al contempo una via tecnica e scientifica alla montagna. Occorse umanizzare la montagna, ossia circoscriverne il campo, affinché questa potesse entrare nello spazio dell’azione umana. In fondo l’alpinista è una sorta di parossistico Giasone. Deduce dal discorso della scienza unguenti e formule supplementari per progettarsi dal drago alpino e senza di essi il suo cammino neppure comincerebbe. Ci volle il gesto inaugurale di de Saussure per circoscrivere la montagna ed aprirla ad uno sguardo che, da lì a poco sarebbe divenuto alpinistico. In questo senso l’alpinismo non sarà mai libero dalla tecnica e questo è il paradosso della sua evoluzione possibile: procedere ad imprese sempre più audaci e con appoggi tecnici sempre meno visibili, al prezzo di una tecnica sempre più sofisticata, ma immateriale (come le previsioni del tempo), invisibile (come la sicurezza intangibile data dall’essere allenati), biomorfa (pensiamo alle ultime piccozze), sottile (pensiamo agli indumenti tecnici). By fear means vuol dire: che la tecnica non si veda. Questione di visibilità-invisibilità, non di presenza o assenza. Ma poi l’alpinismo è un erma a due facce. La via estetica si volge allora su se stessa rivelando il proprio paradosso, la propria connaturata negatività. Nello spingere all’estremo l’impegno alpinistico non è il registro eroico del sublime ad imporsi ma quello minimale della perfezione dei piccoli momenti. Il tessuto dell’alpinismo è fatto di vento in faccia, dello scricchiolio della neve sotto lo scarpone, dell’arrivo ad una buona sosta, di un istante di pura contemplazione, quando la bellezza del luogo riverbera invincibile, nonostante la sofferenza, sull’alpinista. Non solo questa via è la via simbolica ma questa via ‘spirituale’ è al contempo concretissima, elementare, materica, poiché coincide con la panoplia delle esperienze che ho appena ricordato. Ma possiamo spingere questa direzione ancor più a fondo. La via simbolica ci racconta anche della disperazione dell’alpinista. Nessuna salita sarà mai quella finale e non può che essere così. L’insistere ed il persistere nella via alpinistica è un corpo a corpo nella e per la trascendenza, è un teatro della crudeltà, una truce messa in gioco della differenza che, sancendo la con-costituzione di cose e mondo ne definisce la distanza. A questo punto in alpinismo non è più questione di un succedersi di figure dell’autoscienza, che in realtà in montagna si sgretolano. L’alpinismo infatti non è un percorso iniziatico se non a livello cosmetico. Esso invece è Holzweg, sentiero interrotto ed in via di sospensione, sentiero che ritrovato è annuncio di sperdimento. E non è neanche questione di un alpinismo come via estatica di conciliazione tra uomo e natura ma pratica della trascendenza simbolica che affetta l’esser uomo, il suo esser sempre, come osserva Carlo Sini, distanza, d’istanza e di stanza. E come dicevamo, la trascendenza che affetta l’alpinista è simbolica nel senso etimologico del termine, è simbolica in quanto messa in esercizio del reciproco symballein di cose e mondo. .3. Nel corso di lunghe passeggiate sulle rive del lago Silvaplana Nietzsche stende i primi abbozzi de La Gaia Scienza, e scopre la sua affinità con Spinoza; da una lettera a Franz Overbeck: "La mia solitudine - che, come capita in montagna alla grandi altitudini, spesso mi toglieva il fiato e mi faceva sudare sangue dai pori - è ormai, perlomeno, una solitudine in due. Quale prodigio!" Alle grandi altitudini, come con Petrarca, ritroviamo ancora libri; libri da scrivere e libri letti. L'aria leggera, secca, elettrica che sorprende Petrarca è la stessa aria sottile e frizzante che folgora Nietzsche a Sils-Maria: "a seimila piedi sopra il livello del mare…E' la mia vera patria, l'unico luogo di incubazione del mio pensiero". Quella stessa aria dell'Engadina che Eugenio Montale ricorda, a sua volta in un libro, dicendo che "favorisce la pazzia". (Da Saint-Moritz, in Fuori di casa) In Ecce Homo Nietzsche scrive: "Chi sa respirare l'aria dei miei scritti sa che è un'aria delle cime, un'aria forte. Bisogna essere nati per respirare quell'aria, altrimenti si corre il rischio, non piccolo, di raffreddarsi, lassù. Il ghiaccio è vicino, la solitudine immensa - ma che pace illumina le cose! come si respira liberamente! quanta parte di mondo sentiamo sotto di noi". Nello Zarathustra si compone, a più riprese, una costellazione di metafore legate al cammino per aspri sentieri, a faticose salite verso l’alto: “solo un pagliaccio può pensare: ‘l’uomo può anche essere saltato d’un balzo!’” (Di antiche tavole e nuove). Esse fanno cenno verso la necessità di guadagnare una prospettiva più ampia: il 'pathos della distanza' come, in più luoghi, dice Nietzsche. Ma l’aria dei ghiacciai "toglie il fiato allo spirito" dei molti: "Perché questa è la nostra altura e la nostra patria: a una troppo ripida altezza noi abitiamo qui, per tutti gli impuri e la loro sete (…) Una caverna di ghiaccio significherebbe per i vostri corpi la nostra gioia, e per i vostri spiriti! E come venti vigorosi noi vogliamo vivere al di sopra di loro, vicini alle aquile, vicini alla neve, vicini al sole: così vivono venti vigorosi. (Della canaglia). Nel Prologo, il vecchio della montagna mette in guardia Zarathustra dallo scendere tra gli uomini; il loro è un "occhio" da cui guardarsi. “Quanto più in alto sali, tanto più piccolo ti vede l’occhio dell’invidia”: con queste parole, ne Il cammino del creatore, Zarathustra ancora avverte dei pericoli che comporta il ‘sentiero verso se stessi’. Una delle questioni cruciali della storia dell’alpinismo è quella della traccia e della testimonianza. L’alpinista è invitato a recare traccia del proprio passaggio sulla scena del mondo o a farne traccia. Recare traccia del proprio passaggio: portare dall’alto una testimonianza o lasciare sulla cima un testimone del proprio esser giunto lassù. Fare traccia: produrre una relazione che descriva il percorso, indichi le difficoltà ed il pericolo. Fare traccia significa revisionare i margini del mondo, in una parola: ri-scriverli. Per quanto siano in pochi coloro che ritroveranno le tracce di quel passaggio, per essi il mondo è inscritto dalla traccia che l’alpinista produce dopo il proprio passaggio e con ciò è stata circoscritta le verità di quel passaggio, quello che potremmo chiamare con Carlo Sini, l’evento simbolico del suo accadere. Quando dopo una salita chiamiamo l’Office des Hautes Montagnes per render conto delle condizioni in cui abbiamo trovato la via percorsa noi di fatto inscriviamo la verità pubblica e oggettiva della nostra salita circoscrivendo in essa la panoplia di eventi che ci ha attraversato. Con questo movimento l’alpinista difende se stesso da se stesso, ovvero dalla propria pratica. Restituendone la verità pubblica l’alpinista si sottrae alla propria singolare e soggettiva esposizione sulla scena del mondo, specifica dell’azione alpinistica Riscrivere i margini del mondo significa riposizionarsi nel centro della visione, abbandonando quei terreni che l’alpinista conosce così bene e che sono i margini, gli estremi margini del mondo. Questo mutamento di prospettiva ristabilisce l’equilibrio rispetto alla dinamica profonda dell’alpinista che consiste in una sorta di precipitare oltre se stesso, sulla punta delle dita, sugli appigli della parete, fino alla cima della montagna. Spinta centrifuga in cui il corpo fuoriesce da se stesso e ribalta all’esterno. Il passaggio per le estreme altezze passa attraverso lo sfiatamento. Lo spirito si sfiata e finalmente tace poiché non v’è nulla da dire e da afferrare. Vi è solo lo sfiatarsi. La fuoriuscita delle energie, dell’aria. Ecco infine l’oggetto dell’alpinista. Oggetto fatto di niente, Oggetto melanconico per eccellenza. In fondo l’alpinista non può tornare veramente dalle montagne. Un famoso alpinista intitolò un libro "I conquistatori dell’inutile". Ma forse non è questione di utile o inutile, ma di ‘nulla’. L’alpinismo è una pratica del nulla che nel nulla ha il proprio oggetto. (A.B) |
