Genealogie dell'alpinismo: precipizi e cieli stellati
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di Andrea Bocchiola

Gli ultimi dodici anni del XVII secolo sono cruciali per molte ragioni. Nel 1788 viene pubblicata la Critica della Ragion Pratica, capolavoro del grande filosofo Immanuel Kant, teso a bilanciare l’esistenza dell’uomo tra la legge morale iscritta nel suo cuore ed il cielo stellato sopra il suo capo. In quegli anni Sade, agli arresti alla Bastiglia, porta a termine le sue opera principe: La filosofia del Boudoir e soprattutto l’inconclusa ma capitale, Le centoventi giornate di Sodoma: dalla sublimità della legge morale all’abisso dello scatenamento pulsionale e del desiderio. Sono gli anni della rivoluzione francese, quando, al grido di liberté, égalité, fraternité, va di scena tutta «la tragedia, la follia, la sublimità e l’orrore della storia». Eppure questi anni così fortemente in chiaroscuro e decisivi per la nostra storia sono anche gli anni della nascita dell’alpinismo.

Due sono le date cruciali. Il 1786 allorché, su istigazione di un uomo di scienza, Horace Benedict de Saussure, viene scalato, ad opera di Balmat e Paccard, il Monte Bianco e il 1789, quando, lo stesso anno della presa della Bastiglia, sempre de Saussure si reca sulle pendici del Monte Rosa e compie la prima ascensione del Pizzo Bianco. Nel 1786 lo scienziato si incarica di estromettere i demoni dalla montagna inscrivendola nel discorso della scienza e per questa via rende possibile la nascita della montagna come montagna alpinistica. Nel 1789, reiterando il gesto natale dell’alpinismo sulle pendici del Monte Rosa de Saussure mette in scena il dispositivo demoniaco dell’alpinismo: la ripetizione. Come si sa infatti per gli alpinisti nessuna salita può essere “la salita” ed ogni discesa a valle non è che un approdare in vista di nuovi naufragi.

Così, sin dall’origine l’alpinismo mostra la propria filiazione col "freddo e sottile sguardo di scienza" di de Saussure, ed il proprio rapporto con il desiderio e la passione. Per questa via l’alpinismo diventa una soglia attraverso la quale lo stupore per il cielo stellato sopra di noi si tramuta in peripezia della passione e viceversa, ma soprattutto per questa via l’alpinismo diventa una figura della ancipite ambiguità della legge morale kantiana, che, sancendo il dovere per il dovere (devi perché devi) fornisce al contempo lo schema del comportamento giusto e lo schema del desiderio. Giustamente quindi l’alpinismo è figura della modernità, di una modernità in cui la tranquilla trasparenza della legge morale fornisce lo spettro dello stupore dinanzi al mondo e quello dello scatenamento del desiderio. Dell’alpinismo, che forgia i propri modelli culturali a cavallo tra otto e novecento potremmo dire, come per le poetiche della crudeltà, che in esso va in scena il dramma del moderno, ovvero il dramma di un epoca che, come scrive Umberto Artioli, si fende "contesa tra ascesi e volontà di potenza, febbre di totalità e richiamo alla presenza del limite".