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di Glauco Cugini
A dire il vero quando mi è stato proposto di preparare un libro fotografico sulle montagne delle Centovalli e dell’Onsernone mi sono un poco spaventato, perché non mi sentivo all’altezza di un impegno di questo genere. Sono però bastate le incoraggianti parole di un amico per dare inizio alla mia avventura fotografica. Oggi di una cosa sono convinto: se non avessi accettato questa impegnativa sfida sicuramente avrei perso una straordinaria opportunità di arricchimento e me ne sarei amaramente pentito. Con “Scenari di Confine. Passato e Realtà” ho cercato di presentare in immagini un gruppo di montagne e di valli, non dimenticando di cogliere, tra le pieghe dei vasti spazi naturali, l’uomo e il suo lavoro, quelle di ieri ed anche quello che vi resiste oggi ancora. Per scoprire davvero il passato e tentando di capire lo spessore del rapporto che l’uomo ha avuto nel tempo con le montagne, non basta tuttavia osservare, contemplare delle fotografie. Occorre alimentare, stimolare l’immaginazione e questo ci riesce al meglio, se ancora si hanno buoni garretti, andando per i monti a calpestare la stessa terra di un tempo e a respirare le atmosfere reali generate, oggi come ieri, dalla montagna. Per bella che possa essere, una fotografia senza un tentativo di “immersione” almeno immaginario se non addirittura concreta nello scenario che raffigura, resta un puro e semplice “fatto” estetico, artistico. Per importante ed arricchente che sia, non è solo questa dimensione che mi interessa e che mi spinge alla pratica della fotografia. Alle mie fotografie chiedo di rivelare il soffio vitale della natura e dell’uomo. La preparazione di questo libro mi ha imposto di abbinare la fotografie all’ascensione delle cime delle montagne passando per valli, maggenghi ed alpeggi che non avevo mai visto, la cui scoperta mi ha reso consapevole di quante piccole grandi cose interessanti non conoscevo. Ho cercato di trasmettere con le immagini ciò che realmente queste montagne rappresentano per me, così come il modo con cui le ho vissute. Montagne che mi hanno tenuto sveglio molte notti, per l’emozione, prima di un’escursione o di un’ascensione in parete, a pensare e ripensare. Ansia non di rado seguita, al rientro a casa, dall’insoddisfazione per gli scatti non riusciti che mi hanno imposto magari anche più di un ritorno sugli stessi luoghi, sulle stesse pareti per cercare di sentirmi più appagato. Un libro è un’occasione preziosa, per un fotografo, per rendere partecipi altre persone del proprio vissuto: lo sono certamente anche le proiezioni in pubblico, gli album di famiglia, ecc ma il libro della sua fisicità ha un fascino particolare; lo si guarda, lo si legge e rilegge, lo si tocca. E’ vivo e fa rivivere e non potrà mai essere sostituito completamente dai nuovi mezzi telematici e digitalizzati. E’ stata l’arrampicata a portarmi, dopo le esperienze infantili sull’alpe, su queste montagne di confine. Ero attratto dalle pareti e agitato dal desiderio di arrampicarmi: poi, a poco a poco, sono stati altri aspetti della montagna ad affascinarmi ed interessarmi, come la storia e le storie, la letteratura, la geologia e la biologia che la sostanziano. Alla ricerca di questo libro ho camminato spesso sui confini: tra una valle e l’altra, tra uno stato e l’altro, tra un mondo e l’altro. Camminare sul confine è emozionante quanto arrampicare, perché si è sempre al limite di qualcosa da scoprire, da oltrepassare; e per alcuni attimi il limite rende tutto più intenso. Oggi che il libro è finalmente realizzato posso sfogliare il mio diario ricco di intense emozioni, rivivendole e sperando che possano essere condivise da altri. Svegliarmi alle tre del mattino per andare a scattare fotografie è stato spesso faticoso tanto quanto partire per una temuta scalata, ma il grande piacere di poter essere già “in alto” quando il sole sorge, ha sempre alimentato la mia motivazione, facendomi risalire più e più volte sentieri faticosi. Percorso di immagini Il percorso in immagini presentato in questo libro inizia dal Lago Maggiore salendo lungo le pendici del Gridone: prosegue poi nelle Centovalli, seguendo il crinale che dai monti sopra Intragna porta al Pizzo Ruscada e, oltrepassando il confine di stato, raggiunge le cime del versante destro dell’alta Valle Onsernone in territorio italiano. Si ritorna poi più a est ed il nostro percorso fotografico riprende dal Salmone, sopra le Terre di Pedemonte, entra nuovamente in Valle Onsernone e segue tutta la cresta che conduce fino al Pizzo di Porcaresc, in fondo alla Valle di Vergeletto. L’itinerario in immagini riparte successivamente dal Mottone sopra Corbella, prima e panoramica sommità della lunga catena che porta fino alla vetta più alta del nostro viaggio, quella del Pizzo di Madèi. Non a caso il viaggio termina proprio nei pressi del confine politico, sul fondovalle dell’Isorno, in quel luogo suggestivo, un po’ misterioso e ricco di storia che sono i Bagni di Craveggia. Postscriptum. Sono le tre del mattino e mi avvio verso la cima del Gridone. E’ inverno e fa un freddo appena sopportabile: voglio scattare alcune foto notturne dalla cima e poi attendere il sorgere del sole. Tra una foto e l’altra il mio sguardo spazia su tutte le montagne che ho percorso e ripercorso per dar vita a questo libro. Mentre si sta facendo giorno e i colori dell’aurora cambiano di continuo, scorgo le pareti dell’Onsernone dove ho iniziato ad arrampicare. So che questa mia avventura fotografica si è ormai conclusa e piano piano sono pervaso da un senso di appagamento perché sento, ora, che non sono legato a queste montagne solo da una corda e da qualche moschettone. Un particolare grazie a tutte le persone che, in un modo o nell’altro, mi hanno creduto ed aiutato a realizzare questo libro. Introduzione di Vasco Gamboni Nel corso degli ultimi anni, infatti, sono apparsi uno dietro l’altro anche nel Ticino parecchi libri di fotografia dedicati alle montagne, all’escursionismo e all’alpinismo. Sembra essere diventata un po’ una moda, probabilmente interessante anche per i nostri coraggiosi editori perché in genere corroboratala successi di vendita. Anche i libri sulla montagna e sulla natura in generale, in un tempo purtroppo molto segnato dalla violenza, dalla difficoltà a individuare chiari punti di riferimento etici, dallo sconforto, dalla depressione, possono infatti assumere oltre che un significato culturale pure una sorta di valenza terapeutica: purchè siano ben fatti, come lo sono quelli della collana avviata da Salvioni in cui si inserisce questo volume dedicato ai territori centovallino e onsernonese. “La montagna ha una voce tale da annullare gli inganni e i dolori, voce non da tutti compresa ma che i saggi e i grandi e i buoni interpretano e profondamente sentono, o fenno sentire agli altri.” Percy Bysshe Shelley poete romantico inglese, 1792-1822 Di fronte alla passione, alle fatiche, alla pazienza, ma anche alla meticolosità a alla perizia tecnica di Glauco Cugini, tutte virtù di cui riusciamo a cogliere lo spessore già a un primo affrettato sguardo del libro, non possiamo che provare ammirazione: le sue fotografie, scattate in tutte le stagioni e in tanti diversi momenti della giornata, con luci, colori, ambienti e atmosfere sempre differenti, non possono essere che il risultato di anni di peregrinazioni tenaci dentro e fuori valli, su e giù per costoni e sassaie, per rubare al tempo che scorre, fissandolo con il click dell’apparecchio fotografico l’attimo dell’emozione più intensa. Non si trova, a monte e dentro queste immagini, la voracità tipica del consumismo fotografico di oggi. Qui si sente un respiro più lento, più profondo, che si è rimesso al passo dei ritmi naturali. Si tratta di un libro sulla montagna, sulla natura di una piccola porzione delle Alpi, ma è anche, certo, un libro di escursionismo e di alpinismo. Tuttavia questa dimensione pur attraversando il volume da cima a fondo, scivola in modo naturale in secondo piano: la passione per l’arrampicata, per la conquista della cima, per la ricerca dell’exploit alpinistico, non costituiscono l’elemento portante del libro. Neppure vi troviamo stucchevole autocelebrazione, ciò che non è un merito minore, soprattutto in questi tempi ricchi di esibizionismo. E’ piuttosto il bisogno di comunicazione con la Terra madre ad aver prodotto questo volume, almeno così mi pare di sentire, e ne esce quindi un alpinismo non da robot scalatore, ma un muoversi ritmato, lento, di un uomo camminatore che sa ancore sentire la lunga gamma dei profumi della montagna e riconoscere il grido dell’aquila. Alla ricerca delle pulsioni della vita quindi, dentro paesaggi solo apparentemente inanimati: sulla tracce di tutti gli esseri viventi e dunque anche dell’uomo, che Cugini trova sempre dentro alla montagna, perché lo cerca, seguendo con l’immaginazione i passi di chi ci ha preceduto lungo antichi sentieri, o ritrovandolo nei segni, più o meno ancora evidenti, lasciati durante i secoli dentro poveri cascinali, sui prati d’altura, lungo canaloni e persino sulle cime delle montagne. Oggi come ieri (anche se sempre un po’ meno di ieri) boscaiolo, pastore, alpigiano, cacciatore. Sicuramente oggi molto più di ieri camminatori per diletto, bisognoso di emozioni e sensazioni “altre” rispetto a quelle della vita quotidiana della città, dell’ufficio, dello schermo di un computer o del televisore. In questo libro, il primo interamente dedicato alle montagne celle Centovalli e dell’Onsernone , ho ritrovato le mie montagne : mie nel senso delle intensissime esperienze che su e giù per questi aspri spazi in tanti anni di frequentazione anch’io ho avuto la fortuna di vivere. Le fotografie raccolte come gemme preziose da Glauco Cugini in questo scrigno sono le immagini della mia valle, della Matria (come l’ha definita il poeta Andrea Zanzotto) dentro cui sono ancorate le mie radici, dalle quali sono attratto in modo irresistibile soprattutto quando sto al piano, in città. Jean Jacques Rousseau (1712-1778) ha scritto : " Un paese di pianura, per quanto sia bello, non lo fu mai ai miei occhi. Io ho bisogno di torrenti, di rocce, di montagne, di cammini dirupati ardui da salire e da discendere, di precipizi ai miei fianchi che mi spaventino." Proprio perché mi riconosco totalmente nella confessione del grande filosofo francese, le fotografie di questo libro, che ben illustrano tutti gli spazi e gli ambienti più amati da Rousseau, hanno avuto l’effetto di far riaffiorare mie memorie temporaneamente addormentate, risvegliando così un vulcano di emozioni. Ecco lo straordinario valore della fotografia! Memoria fissata sulla pellicola e sulla carta, essa è solo apparentemente silenziosa e fredda, perché infatti ha il potere di attivare o riattivare, in chi la guarda, tutti i sensi, fino a recuperare suoni, odori, fremiti. Perché si scatta una fotografia? Per non perdere (nel tentativo, illusorio, di fermare il tempo?), per riesserci, per rivivere, egoisticamente, un momento passato. Ma segue, poi, perché l’uomo è un essere sociale, il bisogno di far godere ad altri il proprio attimo vissuto. La fotografia diventa così memoria da condividere: oltre che testimoniare essa permette di comunicare. Lo scatto dell’otturatore non ferma il tempo nell’attimo esatto in cui lo voleva fissare il fotografo: lo segue sempre, inevitabilmente, di una più o meno grande frazione di secondo soltanto, ma lo segue. La realtà vera del tempo e pure dello spazio (nella foto, in definitiva, sono la stessa cosa) gli sfugge, ci sfugge inesorabilmente. Tuttavia l’attimo autenticamente vissuto ed ha l’effetto di far sì che la fotografia non si riduca a memoria tomba della vita ma al contrario diventi un mezzo per alimentare nuova vita: così come, da sempre, il bisogno, il racconto e, evidentemente, anche la poesia. Come quella che appare al lato, che mi sembra essere la chiave più adatta per aprire questo libro, perché mi piace immaginare che sia stata scritta su una delle montagne esaltate dalle fotografie di Glauco. foto | creditoGlauco Cugini
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