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di Roberto Pe
Gennaio 1983: Roberto Pe e Graziano Masciaga sulla seconda montagna d’ Europa. Il racconto in prima persona di una grande impresa dell’alpinismo classico. La traversata del Monte Rosa in invernale era ancora uno degli ultimi problemi da risolvere; il lungo percorso di avvicinamento, pericoloso per le slavine, per raggiungere il bivacco dello Jagerhorn, poi la cresta SantaCaterina al Nordend, il concatenamento delle vette del Rosa sopra i quattromila metri e la discesa della cresta Signal, ne facevano un’ambita meta tra gli alpinisti di punta del momento. Esisteva tra noi una competizione, sportiva naturalmente; da qualche anno stavamo tutti ad aspettare il tempo e le condizioni buone per partire. Qualcuno aveva già tentato la traversata ma era stato respinto dalle valanghe nella prima parte dell’itinerario. Io e Graziano eravamo giovani, poco più di ventenni, ma costituivamo una cordata molto affiatata e quell’inverno eravamo carichi moralmente e preparati bene fisicamente. Aspettavamo il momento propizio per il grande assalto. Nel gennaio del 1983 il bel tempo si è ormai stabilizzato da qualche settimana, le condizioni della neve sono buone; decidiamo di partire lunedì 24; nel primo pomeriggio saliamo con la funivia al rifugio del monte Moro: l’intenzione nostra è quella di fermarci al rifugio per poi continuare il giorno dopo, ma veniamo informati che una cordata di tre alpinisti di Macugnaga ci precede; il giorno prima hanno già raggiunto il bivacco dello Jagerhorn. Decidiamo allora di proseguire subito, ci alleggeriamo di parte dell’equipaggiamento e ci incamminiamo sfruttando quelle poche ore di luce che rimangono. Dopo sette ore di marcia, attraversando creste nevose e ghiacciai; raggiungiamo stremati alle 23.00 il bivacco dello Jagerhorn a quasi quattromila metri, dove la quota incomincia a farsi sentire. Al bivacco troviamo ancora alloggiati gli alpinisti di Macugnaga, sorpresi del nostro arrivo. Ci informano di quello che sono riusciti a fare durante la giornata: hanno risalito una parte del primo salto della cresta SantaCaterina, poi sono ridiscesi per pernottare di nuovo al bivacco. Al mattino decidiamo di riposare ancora un poco, lasciando partire l’altra cordata. Poco dopo l’alba abbandoniamo il piccolo bivacco; il tempo è bello ma molto freddo; la parete est del Rosa è spaziale, tra poco sarà illuminata dal primo sole, dalla parte opposta i quattromila vallesani si stagliano contro un cielo azzurro, il Cervino domina tutti con sullo sfondo il Grampa e il Bianco. Al primo salto della cresta, il più difficile tecnicamente, raggiungiamo e superiamo la cordata che ci precedeva, ci sembrano un po’ lenti, calziamo ancora i ramponi e scaliamo anche gli altri salti.La scalata è molto aerea, il solo pensiero di essere in inverno sopra i quattromila metri in un ambiente così severo ci stimola un’emozione molto forte, ma purtroppo nella nostra mente non c’è spazio, il solo pensiero è di correre velocemente verso la Capanna Margherita. Sbuchiamo sul pendio ghiacciato del Nordend, raggiungiamo la vetta e poi via verso il colle Silbersattel; poi tocca alla Dufour, la vetta più alta, dove ci rendiamo conto di essere a metà traversata; intanto il tempo sta cambiando; un gelido vento da ovest ci sferza il volto, i primi fiocchi di neve cominciano a cadere. La tentazione è quella di slegarci per procedere più velocemente, ma visto che la stanchezza a la quota sono da un po’ che si fanno sentire ed il minimo errore potrebbe costarci molto caro, decidiamo di proseguire legati. Scattiamo qualche foto sulla cima principale, poi giù verso il colle del Grenz. I muscoli rispondono ancora bene, raggiungiamo la punta Zumstein non scorgiamo la capanna Marghertita, perché è avvolta dalla bufera. Proseguiamo senza perdere tempo e, poco prima dell’imbrunire, raggiungiamo la punta Gniffetti e ci rifugiamo nel confortevole locale invernale della Capanna Margherita. La bufera continua ad imperversare; dopo esserci rifocillati pensiamo agli altri alpinisti: staranno arrivando o sono tornati indietro? La notte è lunga, non riusciamo a chiudere occhio sia per la stanchezza che per la quota; riusciamo solo a riposare un poco. Il mattino successivo il tempo è ancora pessimo, ma decidiamo di scendere lo stesso; sembra che il cappuccio di bufera sia solo sulla vetta del Rosa. Le prime corde doppie sulla cresta Signal sono problematiche, il vento con nevischio dà fastidio, inoltre non siamo sempre sicuri di essere sulla retta via, abbiamo percorso la cresta Signal solo una volta in senso contrario. Raggiunto il colle Signal ci sentiamo più sollevati, il versante est del Rosa è sempre al riparo dai forti venti da ovest. La bufera si è calmata e si intravede qualche squarcio di sereno più a sud; ormai il bivacco Resegotti è vicino. Ci riposiamo al bivacco qualche ora, poi raggiungiamo il colle delle Locce, iniziando la discesa dal ghiacciaio omonimo, il vento è diminuito, ma troviamo un’altra sorpresa, la neve è inconsistente e non porta, così anche questa discesa che poteva essere una rapida corsa, diventa lunga e faticosa. Alle 17,00 del terzo giorno siamo a Macugnaga dove troviamo l’unica cosa non prevista, e per questo gradita: una bella calda sportiva accoglienza. Sapremo poi che la cordata macugnaghese è stata fermata dalla bufera al colle Silbersottel ed è poi discesa a Zermat dall’altro versante della montagna. foto | creditoGraziano Masciaga
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