Mittelruck: un uomo solo sulla est
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di Maurizio Pellizzon

La prima ascensione solitaria della parete orientale della Cima di Loranto La grande salita di un giovane alpinista ossolano sui monti di Valle Antrona. Era da un po’ che mi frullava nella mente di salire in arrampicata solitaria la diretta del Mittelruck e più precisamente l’idea era nata durante la salita invernale con i miei amici Tabarini e Bossone, nel dicembre 1992. Passarono tre anni e nell’agosto 1995 finalmente mi decido. Era il momento giusto, mi sentivo motivato e non volevo perdere questa occasione; così durante le vacanze mi trovo nel mio laboratorio a preparare il materiale che serve alla salita: decido di portare una sola corda da 50 metri da 8 ½ mm., e attrezzatura varia: chiodi, friend, martello. Devo riuscire ad avere il sacco leggero! Questo significa essere più leggeri nella progressione: quando si è soli su una parete è assolutamente impensabile cadere.

La via è alta 600 metri e comprende passaggi di 5° e 6° grado, e un tratto di arrampicata artificiale. Mi trovo a Cheggio, inizio a salire il sentiero che porta al rifugio Andolla dove trovo Marco, il gestore, che mi offre gentilmente una pastasciutta prima di proseguire per il bivacco Varese. Con lui mi accordo per alcune cose tra cui tenerci in contatto con due piccole radio portatili, non si sa mai... Riprendo il sentiero e a metà strada incontro i miei amici Colli e Bossone di ritorno, erano sul Mittelruck per tentare una nuova via ma le cattive condizioni della roccia li ha fatti desistere. Facciamo quattro chiacchere e poi ci lasciamo; ognuno riprende la propria marcia. Verso sera sono nel bivacco e con me nella piccola casetta di lamiera ci sono due ragazzi che l’indomani saliranno lo spigolo sud dell’Andolla. Quando sanno del mio progetto restano un po’ increduli, ma questo non mi fa desistere dalla mia idea. Passa velocemente la notte, fino a quando la piccola sveglia dell’orologio mi fa alzare, preparo una colazione e sistemo le ultime cose; fuori è ancora buio e devo usare la pila frontale per avvicinarmi alla parete. Così alle prime luci dell’alba sono pronto ad iniziare questa avventura. Ho deciso di progredire in arrampicata senza autoassicurazione nella prima parte della salita; questo perché le difficoltà non sono eccessive, 4° e 5°, così in questo modo guadagnerò tempo. L’unico inconveniente rimane il sacco che recupero; spesso si impiglia negli spigoli rocciosi e mi crea dei problemi, comunque ben presto supero i primi duecento metri e giungo sulla grossa cengia che da accesso alla parete vera e propria. Qui la roccia è verticale. Salgo autoassicurandomi, mi attende un tiro in artificiale che supero con attenzione ribattendo tutti i chiodi che sono infissi, questo perché con i cambi di temperatura, i chiodi si dilatano e si allentano. Comunque tutto prosegue bene e quando giungo in sosta, fisso la corda e scendo, per recuperare le protezioni e risalgo la corda fissata. La tecnica di autoassicurazione è macchinosa, perché ogni tiro occorre ripeterlo tre volte; due in salita ed uno in discesa. Riparto.

Ora c’è una lunghezza di 6° su roccia mediocre. I passaggi me li ricordo bene, perché durante la salita invernale del 1992 erano ricoperti di ghiaccio e avevano richiesto una buona concentrazione. Inoltre devo fare attenzione ai massi che si muovono. Supero anche questa difficoltà e in seguito riprendo ad arrampicare senza autoassicurarmi. Velocemente supero lunghezze di 5- 5+. Il più è fatto e sotto di me prende corpo la mia idea. A mezzogiorno sono sulla cima a rallegrarmi. Sento per radio Marco, il gestore del rifugio, che mi ha curato con il binocolo e poi noto che i due ragazzi del bivacco sono di ritorno al rifugio. Si conclude un’indimenticabile giornata.