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di Paolo Stoppini
E’ ormai fine estate e fuori il vento solleva pennacchi di neve sulle creste. Dentro il rifugio Margherita seduti ad un tavolo, il rifugista alpinista di Biella, Paolo Tombini e l’amico, guida alpina di Varallo Sesia, Sandro Borini (Boris) mi invitano a partecipare al loro progetto di scalata in Madagascar. E’ difficile pensare che tra Madagascar e alpinismo esista un nesso. L’isola Rossa immersa nell’Oceano Indiano, un tempo tappa per navigatori sulla via delle Indie e covo di briganti, ha sempre evocato in noi profumo di vacanza immersi in una natura incontaminata e specie endemiche. Ma dopo l’articolo apparso nel 1999 su una rivista di alpinismo che raccontava di una parete di 800 m quasi verticale le cose sono cambiate. Alberto Zucchetti, anch’egli guida alpina di Varallo, tornato da poco da quei luoghi, al telefono mi racconta di immense pareti e della possibilità di aprirvi una nuova via. La miccia ha ormai preso fuoco e il 23 settembre siamo tutti e quattro comodamente seduti sulle poltrone dell’aereo dell’Air Madagascar in volo da Milano ad Antananarivo. Ma come in ogni buon viaggio-avventura ci attende subito una sorpresa; un nostro bagaglio, il più importante, contenente l’attrezzatura alpinistica, si è perso per strada. Nell’attesa visitiamo la capitale; nelle sue strade caotiche e inquinate spesso siamo avvicinati da bambini che ci accompagnano per luoghi tratti chiamandoci “Vasa” ( straniero ). Il quarto giorno all’aeroporto ci consegnano il saccone beige tanto atteso; lo carichiamo subito sul furgone e partiamo verso il parco dell’ Aringitra nel Massiccio dell’Ambalavao, 600 Km più a sud. Raggiungiamo Camp Catta, un campo attrezzato creato da un francese dopo l’apertura delle prime vie nel 1998 e nel 2000, in grado di ospitare gli arrampicatori e i trekker. Nel pomeriggio saliamo a studiare la parete più vicina; in questo punto la vegetazione è quasi impenetrabile e ci facciamo strada con un falcetto, un ragno grosso come una mano ha teso fra i rami una ragnatela delle dimensioni di una rete da pesca. Verso le sei di sera, al ritorno nel rosso del tramonto, sugli alberi ci precedono tre Lemuri Catta, la scimmia con la coda zebrata simbolo del Madagascar. L’indomani per prendere confidenza con la roccia, ripetiamo una via di 350 metri, chiodata nel 2000 da Piola, sul Votovajondri, la parete in fondo alla valle. Al ritorno passiamo sotto il Tsaranoro, la montagna più alta della zona. La parete nord è impressionante. Verticale, liscia, come la faccia di un condominio di 30 piani senza finestre; per vederne la fine ruoto la testa all’indietro fino quasi a perdere l’equilibrio. Qui i migliori specialisti sfruttando i pochi punti deboli vi hanno tracciato vie, nel loro genere, fra le più difficili al mondo. Più a sinistra notiamo un pilastro inviolato che sale arcuato fino a perdersi nella verticalità delle placche sommatali: “ Una rampa verso il cielo”. Decidiamo di provare lì ad aprire la nostra via. L’indomani, sveglia alle 5 e, dopo una rapida salita lungo il sentiero, siamo sotto la parete. I primi passi verso quell’infinita distesa inesplorata di granito sono difficili, ma dopo alcuni tremolanti momenti la lettura della roccia diventa più facile, si entra nella magia dell’arrampicata e tutto diventa automatico. Su questo tipo di roccia, privo di fessure, per proteggersi da eventuali cadute non si può fare a meno che posizionare chiodi a pressione (spit) servendosi di un trapano a batteria che il primo di cordata porta in spalla. Nel pomeriggio del secondo giorno un violento temporale ci obbliga a scendere e, in poco tempo, alcune rigole che solcano la parte alta della parete sono percorse da cascate d’acqua. Durante la notte mi alzo, non si vedono stelle; il vento che accompagna la pioggia insinuandosi fra gli alberi e le gronde delle calanne anima di mille voci il buio intorno. Dopo un giorno di riposo forzato, alle prime luci dell’alba ci incamminiamo con passo veloce verso la nostra parete; il cielo è sereno e uno spesso fronte di nebbia sta riscaldando la vallata. Risaliamo le corde fissate fino al punto più alto raggiunto due giorni prima e riprendiamo ad arrampicare. Man mano che ci alziamo la parete diventa verticale a bombè (strapiombi tondeggianti). Le difficoltà aumentano e la progressione rallenta; non è sempre facile trovare due buoni appoggi sui quali assumere una posizione di equilibrio e abbandonare la presa di una mano per potere con l’altra armeggiare con il trapano il tempo necessario a fissare un tassello, infilargli un moschettone e in esso quella corda che rappresenta la nostra tranquillità. Non è raro che a metà foro ci si trovi obbligati, per riposare, ad appendersi alla punta del trapano entrata appena un paio di centimetri nella roccia o uncinando scaglie di roccia con le apposite ancorette d’acciaio. Arrampichiamo in condizioni ideali; non esistono problemi di quota né di mal di montagna, né di possibili congelamenti, né di scariche che all’improvviso possono caderti in testa come succede sulle grandi montagne, qui possiamo spingere al massimo delle nostre possibilità il grado di difficoltà nell’arrampicata. L’unico problema da non sottovalutare è il caldo e per non disidratarsi ogni giorno portiamo un bel po’ d’acqua con sali minerali. Dopo sei giorni passati dalle prime luci al pomeriggio inoltrato, a salire e scendere lungo quella linea che ci ha affascinati, finalmente, sopra di noi non c’è più roccia da scalare. Siamo in vetta al Tsaranoro e ci abbracciamo felici ancora un po’ increduli di essere riusciti a tracciare una nuova via su questa imponente parete. Non ci resta che ridiscendere gli oltre 500 m di parete, caricare negli enormi zaini tutta l’attrezzatura e incamminarci verso il campo. Siamo esausti, ma veramente felici, ognuno procede per suo conto seguendo i passi altrui, ascoltando i propri pensieri; gioia, esaltazione momentanea, profonda amicizia verso coloro con i quali si ha condiviso la dura lotta. Un’altra bella storia da raccontare. La sera i ragazzi del campo festeggiano con noi con canti e danze al ritmo delle percussioni “Havana”, l’arco nel cielo, l’arcobaleno di questi cieli. E allora quale migliore nome per la nostra nuova via! Monte Tsaronoro (Madagascar); via Havana (530m di sviluppo, diff. Max 7 a +, 7 a obbl) Paolo Stoppini, Paolo Tombini, Sandro Borini e Alberto Zucchetti (settembre 2004). foto | creditoPaolo Stoppini
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