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di Erminio Ferrari
Allora siamo tornati alla Rossa, io e l'Angelo, dopo tanto tempo che non arrampicavamo. Lo spigolo della Rossa, classica demodé dell'alpinismo in Valdossola, che poi non è neppure un vero e proprio spigolo, ma una successione articolata di diedri, paretine, placche, sensazioni. Ci si va per sentire se quel serpentino rosso è lo stesso di tanti anni fa. Lo è, così pare. A noi della vita breve, le cose che durano millenni sembrano immutabili. Ci accontentiamo di qualche illusione. E la Rossa è sempre la stessa; di qui l'Alpe Devero, di là la valle di Binn: vi parlano un tedesco antico. Altra lingua, altra storia. Ma è un'altra anche l'Alpe Devero: finiti i tempi in cui il mondo terminava a valle, e il lento salire lungo la mulattiera conduceva per una ripida metamorfosi di luoghi e pensieri e volti. Oggi non ce n'è il tempo: macchina, scontrino, parcheggio. Sviluppo. Il Tonino Galmarini e il Dino Vanini, custodi dello spirito di lassù, depositari di saperi alpinistici antichi, quasi arcani, guide d'antan, ecco, se mai quei due si mostrassero ancora in quel mercato di padanerie ferragostane, sarebbero scambiati per elementi di un gruppo folk assoldato da un assessorato alla promozione turistica. Non è più lo stesso il ghiacciaio della Rossa, ridotto a una meschina comparsa dal gran caldo del secolo. E questo, si, ci spaventa: anche dei ghiacciai dicevamo che erano eterni. Ora tutto è breve, non solo noi, e passi, ma anche il mondo, la culla dei nostri orizzonti. E non siamo più gli stessi neanche noi. Lasciamo stare la vita, ma vorrà dire qualcosa il fatto che l'ultima volta avevamo fatto lo spigolo calzando scarponi pesanti, e questa volta ci tocca arrampicare con le scarpette: più sensibilità, più aderenza, meno tremori. Più anni, in effetti. La Rossa si vede da lontano, una piramide inclinata che svetta su un valico percorso dalle fatiche di generazioni, di montanari, contrabbandieri, soldati e guardie che prima si contesero e poi sorvegliarono un confine. Come scrisse il reverendo Coolidge, alpinista e storico delle Alpi, se una cima è opera della natura, un passo alpino è opera dell'uomo, del suo movimento, di una cultura dell'incontro e dello scambio, che sulle Alpi ha lasciato segni straordinari. Agguati e appuntamenti su un passo erano pur espressione della stessa umanità. Chiamiamola storia. Noi negoziavamo con l'opera della natura una salita almeno dignitosa. Una via del Quarantasette, agosto 1947: la Costituente ancora al lavoro, le ferite ancora fresche, e l'andare in montagna con quel significato nuovo… Un po' di rispetto. Ci precedeva una cordata di tre: una guida e due clienti amici, uno dei quali bestemmiava con una specie di istintivo senso musicale, che era un piacere sentirlo. Ho arrampicato un tempo con un tipo che aveva bandito la bestemmia in montagna; la praticava con dimestichezza al piano, ma in montagna no, guai. Le sue salite erano senza peccato, ma povere, senza spirito, un po' taccagne e anche farisee. Può darsi che mi sbagli, ma il terzo dei tre che ci precedevano, sacramentando teneva aperto a modo suo un canale di comunicazione: non credo che la Madonna o il Signore ne fossero offesi. Intanto, il vento che ci gelava nei primi tiri aveva ripulito il cielo e c'erano un azzurro ritrovato, e dell'armonia nella corda che filava. In un passo ho barato. Si chiama il "passo della mano", e non riuscendo a forzarlo, ho infilato un friend in una fessura e mi ci sono tirato. Non si fa, lo so che non è by fair means, ma è meglio aver peccato almeno un poco, almeno una volta, che trovarsi un giorno con lo spaventoso diritto di scagliare le prima pietra. Quando poi si arrampica nelle retrovie dell'alpinismo è bene non inseguire la perfezione. Come nella vita: meglio un errore che essere i migliori. L'Angelo a queste cose non ci fa caso, o non lo mostra. Arrampica, perlopiù tace, e in quel silenzio c'è un gran discorso sulla vita. Sul "caimano", la gran lama staccata che è la chiave aerea della salita, mi ha lasciato andare, osservando il mio passo non così fermo; dandomi corda cioè la sua fiducia, perchè lui aveva la mia. In cima eravamo davanti alla cordata dei tre, e ho visto arrivare da primo il gesùmadonna. Era contento: era la prima volta, mi ha detto, e non avrebbe mai pensato di farcela. A modo suo ha ancora pregato il padreterno, ringraziandolo per averlo messo alla prova. Nelle folate d'aria vallesana che battevano la cima, sventolava una sorprendente fantasia di bandierine di preghiera tibetane, lasciate accanto alla croce da una devozione anonima. Colorate come i cristi e le madonne e i beati che uscivano da quella bocca e scivolavano sugli spartiacque lepontini, si infilavano nelle bocchette, sorvolavano le valli e i campanili e i fiumi e andavano al mare e tornavano a innalzarsi in cielo come una preghiera da una chiesa scoperchiata. Qualcuno, in cielo o in terra, l'avrà pur raccolta. foto | creditoPaolo Paracchini
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