Invernale alla via dei francesi
Categoria:
di Paolo Crosa Lenz

La storia del più lungo e grandioso itinerario delle Alpi; la prima ascensione in inverno consacrò la maturità dell'alpinismo ossolano. Il versante orientale del Monte Rosa, la seconda montagna d’Europa, è formata da una imponente parete larga tre chilometri e alta 2.500 m. E’ la più grande parete delle Alpi e l’unica di dimensioni himalayane. La parete è leggermente concava e in cresta si articola nelle quattro punte del Monte Rosa: Ghifetti (4554 m), Zumstein (4563 m), Dufour (4634), Nordend (4609 m). Due possenti crestoni rocciosi delimitano la parete a nord e a sud: la Cresta di S. Caterina e il Crestone Signal. E’ un terreno formidabile che da un secolo cattura l’attenzione dell’alpinismo internazionale. Su di essa sono stati tracciati una ventina di itinerari con numerose varianti, alcuni mai ripetuti. Tutti, benché generalmente senza elevatissime difficoltà tecniche, richiedono alte prestazioni atletiche, sicura esperienza alpinistica e condizioni ambientali ottimali. Sono tutte vie complesse, soggette al pericolo di valanghe, oggi “in condizioni” pochi periodi l’anno. Un banco di prova per il grande alpinismo classico. Il settore meridionale della Est del Rosa (clicca sulla cartina a dx) è costituito dalla parete nord-est della Punta Gnifetti che si articola in tre grandi nervature rocciose, separate da ripidissimi scivoli ghiacciati battuti dalle valanghe, che precipitano sul ghiacciaio Signal. A destra della nervatura centrale un grande canale è solcato a metà da un enorme seracco. Su questa parete sono state tracciate nell’arco di quarant’anni (tra il 1931 e il 1972) cinque itinerari di salita considerati tra i più grandiosi e impegnativi delle Alpi per la severità dell’ambiente, la loro lunghezza e difficoltà. Soltanto una di esse ha tuttavia importanza storica e costituisce ancora oggi una meta ambita per gli alpinisti.

Si tratta della “via dei francesi”, la prima via aperta sulla parete. Una pietra miliare nella storia dell’alpinismo e nella tecnica della progressione su ghiaccio. La via fu aperta dai francesi Lucien Devies e Jacques Lagarde il 17 luglio 1931 senza usare chiodi, né da roccia né da ghiaccio. Si tratta di un grandioso itinerario, glaciale nella parte bassa e di misto nel tratto superiore, che supera un dislivello di 2400 m dal ghiacciaio del Monte Rosa con pendii fino a 60°. Alcune caratteristiche ne fanno una grande via, conosciuta e presente nel cuore di ogni alpinista: é la via più lunga delle Alpi, per arrivare alla base della nervatura rocciosa occorre superare 1000 m di dislivello sul crepacciatissimo ghiacciaio Signal e sotto il pericolo di frequenti valanghe per cui arrivare all’attacco è già un’avventura, poi ci sono 1250 m di scivoli ripidissimi e rocce impastate di ghiaccio. Devies e Lagarde bivaccarono all’ospedale dei camosci, un dosso erboso che penetra nel ghiacciaio Signal a circa 2700 m di quota dove negli anni ‘50 si consoliderà la tradizione del “Bivacco Intra”, un grande masso che ripara dai gelidi venti notturni. Il giorno seguente superano d’un balzo 1900 m di dislivello arrampicando prima slegati e poi per lo più in conserva. La salita, innovativa per realizzazione e concezione, fu possibile grazie ad un ambiente alpinistico francese che, attorno al “Groupe de Haute Montagne”, pose le basi del moderno alpinismo senza guide. Nel 1924 Jacques Lagarde aveva salito con Henry de Segogne la parete nord dell’Aguille du Plan che costituisce la prima grande salita francese senza guide. I francesi, negli anni ‘20 e ‘30, subendo il fascino stimolante della “Scuola di Monaco” di Walzenbach, spinsero notevolmente in avanti il limite delle difficoltà nell’alpinismo occidentale, caratterizzandosi anche per l’attenzione alla qualità del materiale tecnico e dell’abbigliamento alpinistico. La “via dei francesi” ebbe grande eco negli ambienti alpinistici, tanto che su di essa si cimentarono subito gli italiani d’avanguardia: due anni dopo la via venne ripetuta in tre giorni dai lombardi Minazzi, Palazzolo e Peirano con una variante che raggiungeva la via originaria alla base della “schiena d’asino”. Nell’agosto del ‘40 Enrico Adami e Agostino Cicogna, uomini di punta di un alpinismo piemontese che era stato vitalizzato dalle grandi figure di Boccalatte e Gervasutti, compiono la terza ripetizione. Dopo l’epoca eroica dell’alpinismo pionieristico ed esplorativo nella seconda metà dell’Ottocento, gli anni ‘50 e ‘60 sono quelli della grande ripresa dell’alpinismo ossolano, fino ad allora praticamente assente dall’evoluzione moderna in corso. Ed è proprio opera di due forti alpinisti locali una delle maggiori imprese di quegli anni: la prima invernale della “via dei francesi”. Ne sono protagonisti le guide alpine Dino Vanini di Baceno e Armando Chiò di Masera. I due sono una cordata forte e affiatata che conosce bene la Est del Rosa, già nel 1955 avevano salito la Dufour per il canalone Marinelli. L’alpinismo degli anni ‘60 vede il futuro nelle grandi salite invernali e nelle spedizioni extraeuropee. In un breve volgere di tre anni, tra il 1965 e il 1967, vengono realizzate le prime invernali delle quattro principali vie al Monte Rosa da Macugnaga: il “canalone Marinelli” alla Dufour (1965 - L. Bettineschi, F. Jacchini, M. Pala, L. Pironi); la “via dei francesi” alla Gnifetti (1965 - D. Vanini, A. Chiò), la Cresta di S. Caterina (1967 - L. Bettineschi, C. e F. Jacchini, M. Pala, L. Pironi), la “via Brioschi” al Nordend (1967 - T. Micotti, G. Rognoni, P. Sartor, P. Signini). Con queste salite l’alpinismo ossolano e verbanese entra a pieno titolo nella storia di quegli anni. In particolare la salita di Chiò e Vanini ebbe larga eco non solo in Italia. I due ossolani avevano intenzione di salire in inverno il canalone Marinelli, ma vennero preceduti dalle guide di Macugnaga per cui scelsero la più prestigiosa “via dei francesi” che aveva già respinto forti cordate. Il 25 febbraio 1965 salgono al Belvedere e raggiungono con gli sci il margine del ghiacciaio sopra il Rifugio Paradiso; qui calzano i ramponi e salgono al “bivacco Intra” per trascorrere la notte, mentre l’amico Roberto Sinigiani torna a valle con gli sci. I due sono partiti in sordina, senza dire niente a nessuno; solo a Macugnaga hanno comunicato le loro intenzioni agli amici Luciano Bettineschi e Lino Pironi che li seguiranno con i binocoli. Il mattino seguente traversano il ghiacciaio, reso difficoltoso dai molti crepacci aperti e da seracchi pensili, superano il canale aperto e la seraccata centrale; bivaccano a 3.700 m seduti su un terrazzino con le gambe penzoloni nel vuoto. Di notte arriva il vento del nord e la temperatura scende a - 40°. E’ il secondo, terribile bivacco. Il mattino seguente rimontano il “grande canalone” e la “schiena d’asino”: il vento non concede tregua e la progressione è rallentata dalla necessità di gradinare i ripidi pendii; non riescono a bere perché il vento impedisce di accendere il fornelletto per sciogliere la neve. Una bufera di neve li fa scomparire alla vista di quanti seguono i due alpinisti da Macugnaga, tanto da far pensare che siano precipitati o travolti da una valanga che invece li sfiora soltanto. Dopo mezz’ora ricompaiono a circa 200 m dalla vetta. Scalano un’ultima fascia di roccia e per un pendio nevoso raggiungono il Colle Gnifetti e quindi la Capanna Margherita. Sono le 17,30 del 27 febbraio 1965 e sono passati tre giorni dalla partenza da Macugnaga. In capanna tutto è gelato e Armando Chiò accusa congelamenti ai piedi che andranno sempre più estendendosi il giorno seguente durante una drammatica discesa su Alagna affondando nella neve sino alla cintola. Pensano di trovare qualcuno al rifugio “Gnifetti”, ma il ricovero è chiuso. I gravi congelamenti di Chiò inducono la cordata a raccogliere le ultime forze e raggiungere Punta Indren dove le guide valsesiane Benito Gabbio e Romeo Gens li rifocillano. Ma devono scendere fino al secondo troncone dove i tecnici delle funivie mettono appositamente in funzione gli impianti che li trasportano a valle. Alle 18,30 sono ad Alagna dove trovano ad attenderli amici e parenti e vengono prestate le prime cure ad Armando Chiò.

Il giorno successivo Dino Vanini, nonostante principi di congelamento alle mani, si presenta regolarmente sul posto di lavoro nel cantiere di manutenzione dell’Enel a Goglio. Armando Chiò, dopo alcuni giorni all’ospedale di Domodossola, viene ricoverato a Sion dove gli verranno amputate le dita dei piedi per i congelamenti irreversibili. Dino Vanini ha 30 anni e Armando Chiò 34, entrambi sono sposati con due figli piccoli. L’impresa ha una vasta eco, i giornali la riprendono, sindaci e deputati pronunciano discorsi, i due alpinisti vengono premiati a Baceno. Una sera dopo cena suona il campanello della casa di Dino Vanini a Croveo: sono le guide alpina di Macugnaga scese a festeggiarli. Fino all’alba. E’ una delle soddisfazioni più grandi. Armando Chiò, dopo le amputazioni subite, non potrà più svolgere la professione di piastrellista e lavorerà come guardiapesca in una riserva nel Biellese, trasferendosi a Gressoney dove risiede. Dino Vanini continua tuttora a svolgere la professione di guida alpina ed è la più anziana guida in attività del Piemonte. Sei anni dopo (5/6 settembre 1971) percorre di nuovo la “via dei francesi” accompagnando l’alpinista Franca Zani di Domodossola che ne compirà la prima ascensione femminile. In cordata con Carmelo Di Pietro percorrerà negli anni successivi vie come la “Poire” e la “Major” al Monte Bianco, la “Ratti-Vitali” alla parete ovest dell’Aguille Noire de Peuterey, la “Cassin” alla nord-est del Badile, la parete nord del Cervino e la “Kuffner” al M. Maudit. Dino Vanini oggi vive a Baceno, ma trascorre lunghi periodi in Devero dove conosce ogni roccia. Ha 66 anni, continua ad arrampicare (“Sai, in Bastionata non ho mica problemi!”) e a sciare. Soprattutto non molla con l’alpinismo. A 58 anni ha salito la “Brioschi” alla Nordend, a 59 la S. Caterina, a 64 anni la cresta nord del Weisshorn. Sempre da primo. Abbiamo parlato a lungo di alpinismo, quando sono andato a trovarlo una sera d’inverno nella sua casa di Baceno. Abbiamo parlato di una cresta sulle nostre montagne che non è ancora stata salita in inverno. Ha sorriso e mi ha detto nello stretto dialetto di Antigorio: ”Eh, prima o poi bisogna andare!”.