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di Carlo Tabarini
Tre ragazzi e un magico Natale di tanti anni fa; il racconto della prima ascensione invernale sulla est del Mittelruck. Oggi è la vigilia di Natale, momento di auguri. Mi trovo a casa di Maurizio Pellizzon che è appena tornato dalla Patagonia e mi sta raccontando come è andata sul Cerro Torre. Vari tentativi ma il tempo non è stato clemente. Maurizio è un po’ deluso, ma è stata comunque una bella esperienza. Nel frattempo arriva Dario Bossone e ci si mette a parlare del più e del meno, della noia di queste feste dedite solo a pranzi e parenti. Dario propone un’alternativa: partire il giorno di Natale per la prima invernale alla est. Ottima idea, le previsioni danno alta pressione per parecchi giorni. Dario e Maurizio sono decisi, io ho qualche problema dovuto al fatto che ho promesso di passare il Natale con i miei famigliari, essendo uno dei pochi giorni che rimango a casa. Comunque decido di partire nel pomeriggio dopo il pranzo di Natale. Raggiungerò Dario e Maurizio con buona parte del materiale, così saranno più leggeri e inizieranno ad attrezzare le corde fisse sul canale e lo zoccolo iniziale. È necessario guadagnare tempo per il giorno dopo e sfruttare al massimo le poche ore di luce concesse nel periodo invernale. Mittelruck d’inverno? Già altre cordate vi si erano cimentate e l’insuccesso solo in alcuni casi lo si è potuto imputare al maltempo, mentre era stata la tattica a determinarlo. Sulla diretta le difficoltà sono estreme, ma l’inverno mischia le carte e ciò che è facile d’estate non lo è più, ed il minimo errore lo si sconta in termini di tempo ed energie, elemento indispensabile al buon esito di una salita invernale. "Speriamo che il Taba abbia scovato un fornello!", dicevano la sera al bivacco, dopo una lunga giornata passata a pestare neve e la sgradita sorpresa di non trovare il fornelletto del gas“ Maledetta voglia di essere sempre più leggeri!“ così dopo aver schierato una fila di pentolini a raccogliere minute gocce d’acqua di fusione i due si erano avviati ad assaggiare lo zoccolo. Tutto era coperto da un manto di neve inconsistente ed un delicato lavoro di tecnica, equilibrio e pelo aveva messo a dura prova il Pelli, ma a fine giornata erano riusciti a piazzare tre corde fisse. Il bottino raccolto nei pentolini non bastava a dissetarli e solo qualcosa di caldo li avrebbe rimessi in forze per il giorno successivo. Via etere “beccarono“ il Taba che stava salendo di sera con il resto del materiale, ma la comunicazione si interruppe proprio mentre gli dicevano del fornello. Quando spalancai la porta del bivacco glielo presentai. Mi avrebbero baciato. E giù minestre e caffè. Al mattino il morale si presentò sotto l’aspetto di un tè con biscotti e marmellata. Ma bastò così poco? Sembra di si, considerando che il resto della giornata volò in batter d’occhio in un susseguirsi di fessure, diedri e placche sulla parete di roccia più bella dell’Ossola. Solo la notte sulla cresta terminale ci svegliò dalla nostra salita di sogno. È ora di scendere. Iniziarono così le difficoltà fra un alternarsi di “scarpusciate“ e bracciate nei cumuli di neve ventata. Dulcis in fundo la scoperta di non aver un franco per buttare giù qualcosa di caldo e farci venire a prendere nel Vallese. Ascensione fai da te ? No Alpitur? Direbbe qualcuno. foto | creditoCarlo Tabarini
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