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di Donato Nolè
Il resoconto, stringato ed essenziale, di una scalata difficile; un grande capitolo di storia scritto dal nostro alpinismo. Era l’estate 1987. Un giorno mi telefona Roberto Pe e mi dice che in montagna c’è bel tempo e proponendomi una gita nel gruppo del Monte Bianco. Parete est delle Grandes Jorasses? Oppure direttissima Americana al Dru ? Decidiamo per il Dru. Roberto lo conosco da circa 4 anni ma è solo da un paio di anni che arrampico con lui. È uno dei migliori scalatori della zona. Il giorno dopo partiamo per Chamonix. È doveroso un giro per la città a vedere negozi. Una buona colazione, un ultimo sguardo al meteo prima di fare il biglietto per Montenvers. Vicino alla stazione del trenino incontriamo una aspirante guida di Roma e ci dice che pure lui vorrebbe andare al Dru, ma non ha il socio giusto. Ci dispiace ma non possiamo andare in tre. Dopo mezz’ora siamo sulla Mer de Glace, poco dopo sul sentiero che si inerpica verso il rifugio della Charpoua. Saliamo tosti con i nostri zainoni; dopo mezz’ora che camminiamo mi sembra di essere in gara con il mio socio. Gli ultimi cento metri ricordo che ci fu una specie di allungo. Mettiamo piede sul belvedere del rifugio, molto soddisfatti e divertiti della nostra bella sudata. La notte trascorre serena. Alle due suona la sveglia. Dopo un bel caffèlatte, partiamo per il piccolo ghiacciaio. Subito dopo averlo superato decidiamo di nascondere piccozza e ramponi, li prenderemo al nostro ritorno. Dopo una mezz’oretta siamo alla Flammes de Pierres. Facciamo una seconda colazione e ci imbrachiamo. Lasceremo qui uno zaino, scarponi, qualcosa da mangiare e qualche indumento. Vogliamo essere leggeri e veloci. Mentre finisco di allacciarmi le scarpette, Roberto ha già buttato giù le corde per effettuare la prima doppia lungo il temuto canalone ghiacciato che scende fino alla base del Dru, non che all’attacco della nostra via. Dopo la quarta doppia riconosco il traverso verglassato che porta alla partenza del pilastro Bonatti. Penso: dovremo scendere ancora 150 metri. Il canale ora si stringe; col cuore in gola per la paura dei sassi attraversiamo il famigerato imbuto molto battuto da sassi e slavine. Ben presto ci troviamo su una cengia che cominciamo a salire verso sinistra con passaggi fino il quinto grado. Siamo sotto la verticale di grossi tetti. È la nostra via. Sistemiamo il materiale all’imbrago, cerco nello zaino, ricordo di avere una Fanta, la stappo. Con una sorsata ne bevo forse più di metà. Passo la lattina al mio compagno che mi dice con voce da vero montanaro che ce n’è poca. Vai tu o io? È uguale. Vado io. Bene. Attacco una fessura di 5+; verso la sua fine devo pendolare verso sinistra. Al primo tentativo mi incastro in un diedro molto accogliente. Sosta. Recupero. Il secondo tiro è una divertente fessura di 6b da attrezzare con friends. - Molla tutto – mi dice Roberto. Mi infilo lo zaino e faccio segno con un braccio che sono pronto; dopo dieci secondi che le corde sono in tiro parto. Il terzo tiro tocca a me andare per primo. Salgo una bella fessura di 6°, dopo 15 metri però sono fermo; appoggiato ad un friend, incapace di proseguire. Passa qualche minuto. Devo attraversare a destra lungo una grossa lama staccata. Il bordo è molto sottile e ho paura che si stacchi tutto. Non oso toccarla. Mi sento chiamare da sotto. È Roberto che ha capito la fragilità del problema e mi grida che vuole slegarsi e scappare. Mi impongo di stare calmo. Dopo qualche minuto di ricerca vedo sotto di me un po’ a destra un fessurino che finisce quasi subito in una placca liscia. Ho trovato il sistema di passare forse. Prendo un nut piccolissimo e lo incastro in modo quasi perfetto, 60 cm sotto il mio baricentro verso destra. Faccio il cambio piede effettuando una spaccata a destra, evitando l’opposizione. Il cuore mi batte forte; ancora qualche movimento e sono fuori dal pezzo a rischio, con una spaccata riesco a stabilizzare il mio corpo in maniera decente, incastrare un bel friend, arrampico ancora per qualche metro e vedo un vecchio chiodo arrugginito e un cuneo di legno collegati con un cordino molto vissuto; deve essere la sosta. Rinforzo il tutto con friend e mi assicuro. Cerco Roberto che è a 40 metri sotto di me e gli grido che sono in sosta. Meno male è ancora legato. Mentre recupero le corde penso che un tiro così pericoloso non l’ho mai fatto. Bravi gli americani, J. Harlin e R. Robbins; furono i primi a passare di qui nel 1965 (10-13 agosto). La scalata proseguì a tiri alterni con intesa perfetta lungo i 600 metri di parete. Ricordo che anche la parte superiore della via aveva tratti di roccia cattiva. I tiri temuti tutti toccarono al mio compagno che li superò brillantemente. Nelle ultime lunghezze troviamo qualche chiodo in più. Cerchiamo di forzare l’andatura della scalata per poter scendere lungo il versante normale con un po’ di luce. Purtroppo al termine della via ci sorprende il buio. Il bivacco è inevitabile. Ci sistemiamo su una bella cengia. Roberto fa stratching, io mi raccolgo a riccio per mantenermi un po’ caldo, sono molto contento. Mi godo questi momenti meravigliosi. Le ore trascorrono lente, i miei pensieri si fondono tra la giornata appena trascorsa e la nascita di una nuova salita da fare la prossima settimana. All’alba facciamo la prima corda doppia lungo la via normale del Petit Dru. foto | creditoRoberto Pe
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