Monte Rosa, punta Zumstein: la parete scomparsa
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di Roberto Pasquino

Da parete simbolo delle Alpi ad immenso laboratorio scientifico a cielo aperto; il passo è breve ma nello stesso tempo denso di significato e di profondi interrogativi per il futuro. Ricordo ancora quel lontano 25 Settembre 1990 quando risalendo il crestone Marinelli in un pomeriggio di inizio autunno lo sguardo continuava a posarsi su quella strana macchia scura già evidente dal Belvedere. Allora non avevo molto ben chiaro il concetto di permafrost e di transizioni geologiche tra strati rocciosi ma l’unica sensazione che riuscivo a provare era un’infinita piccolezza davanti alla immensa forza della montagna che iniziava a scrollarsi da dosso quasi con rabbia il suo antichissimo manto ghiacciato. L’atmosfera viene scossa da un sibilo seguito da un rombo come di tuono: alcuni blocchi di roccia si schiantano sui nevai del Ghiacciaio del Monte Rosa e poi di improvviso il silenzio rotto solo da qualche raffica di vento. Soltanto il solco nevoso del Canalone Marinelli ricoperto dalla prima neve restava immobile: non il segno di un sassolino o di una slavina.

Sono poi ritornato al Rifugio Zamboni all’inizio del Settembre 1999; la grande montagna riposa sotto una coltre bianca causata da una nevicata fuori programma; chissà forse la ferita si è in parte rimarginata tanto che per alcuni giorni regna una quiete surreale, anche troppo.

Nel racconto di Teresio Valsesia il crollo di una barriera di seracchi localizzata poco sopra il crestone Imseng: “Siamo stati davvero fortunati la notte del 25 agosto 2005 quando si verifica il crollo di ghiaccio maggiore, che investe anche il Rifugio Zamboni. Sono passate parecchie ore, ma l'alpigiano della Pedriola mi accoglie ancora impietrito: «La fine del mondo! Credevo fosse arrivata la mia ora». E non è l'ultimo colpo di coda. Ora l'opera di monitoraggio è focalizzato sulla Est, seguita assiduamente dalla guida Lamberto Schranz e dal Soccorso Alpino, nonché dagli operatori della Regione Piemonte e dagli esperti geologi del CNR”.

L’ultimo grande evento franoso sulla Zumstein si è verificato nell’Aprile 2007 con il coinvolgimento di circa 300.000 metri cubi di materiale. La gran parte della Est del Rosa si trova in condizione di permafrost e pertanto soggetta a forte degrado in seguito ai repentini cambiamenti climatici.

La scienza intanto non resta a guardare e cerca delle risposte: un’equipe del dipartimento di Geografia e Geomorfologia dell’Università di Zurigo coordinata dalla Dr.ssa Luzia Fischer ha avviato un progetto pilota di monitoraggio sistematico della parete utilizzando un sistema di tele- rilevamento laser (LiDAR) montato su elicottero. Questa strumentazione, oltre ad evitare l’esposizione diretta degli operatori ad un ambiente pericoloso, risulta estremamente accurata nella valutazione di pendii molto ripidi. Le riprese ottenute in combinazione con i metodi fotogrammetrici e le fotografie aeree tradizionali hanno permesso di tracciare dei modelli digitali (DEM-Digital Elevation Model) dei vari settori della montagna che evidenziano in tempo reale qualsiasi situazione di instabilità e la sua evoluzione nel tempo, definendo altresì estensioni e quantità dei materiali coinvolti sia nei franamenti passati che nei possibili futuri. Inutile sottolineare come la modellistica DEM rappresenti uno strumento potentissimo di indagine sia topografica che strutturale delle grandi pareti alpine e sicuramente in futuro sarà destinata ad accrescere la propria importanza anche al fine di supportare le autorità preposte nella previsione di eventi potenzialmente catastrofici per l’uomo e le infrastrutture.
Un interessante articolo sugli ultimi studi geologici condotti sulla Est del Monte Rosa è disponibile su: www.nat-hazards-earth-syst-sci.net/6/761/2006/nhess-6-761-2006.pdf

L’unica parete interamente glaciale sul versante italiano del Rosa appare ormai irrimediabilmente sfigurata; le sue imponenti seraccate interrotte solo da una piccola fascia rocciosa chiamata dalle guide di Macugnaga “l’occhio” restano ormai un lontano ricordo fissato nelle memorie dei vecchi alpinisti ed in qualche immagine d’epoca. Con essa scompare anche quel frammento di storia alpinistica legata alla figura di Ettore Zapparoli, l’eccentrico alpinista e musicista milanese che ne ha fatto il proprio terreno d’azione fino alla morte avvenuta proprio nel tentativo di aprirvi una nuova via diretta.

Nonostante il suo aspetto severo il versante Est della Punta Zumstein è stato percorso da vari itinerari assai più esposti ai pericoli oggettivi rispetto a quelli delle vicine Gnifetti, Dufour e Nordend. I primi tentativi di salita si sono svolti utilizzando per la maggior parte la via classica del Canalone Marinelli alla Punta Dufour; soltanto nel 1925 è stato scoperto l’avvicinamento diretto dal Ghiacciaio del Monte Rosa lungo la nervatura centrale denominata “Crestone Innominato o Zapparoli”; questo tratto, relativamente al riparo dalla caduta di ghiaccio, presenta difficoltà intorno al III-IV grado su roccia spesso levigata; alla sommità (quota 3600 m. circa) si trovava un ripiano nevoso riparato utile come posto di bivacco; oltre soltanto l’incognita dei grandi muri di ghiaccio... La quasi totalità delle vie alla data del 1990 non contava ripetizioni; ovviamente a seguito degli eventi geologici sopra descritti attualmente se ne sconsiglia l’ascensione.

1- “via del Presidente” al colle Gnifetti 1400 metri, TD (VI, 55 gradi): Walter Romen e Gianni Tagliaferri, 24 Agosto 1976

Questo itinerario segue l’evidente costola alta circa 600 metri situata al di sotto della calotta nevosa del Colle Gnifetti su placche e fessure di ottima roccia spesso innevate; poco difficile per circa due terzi, presenta un passaggio molto impegnativo nella parte finale. I primi e forse unici salitori hanno raggiunto l’attacco dalla Capanna Marinelli attraversando la sezione centrale della parete dal termine del Crestone Imseng con un percorso più lungo ma un po’ meno esposto ai pericoli oggettivi.

2- “via diretta Zapparoli” al colle Gnifetti 2200 metri, TD- (prob.): Ettore Zapparoli, 18-19 Agosto 1934

“Questa via congiunge linearmente nel modo più diretto i due versanti del Rosa. Dal primo spallone Marinelli tenersi bassi per evitare rocce friabili. Dall’ultimo anfiteatro di sinistra attaccare il crestone centrale che proponiamo di chiamare Innominato. Il bivacco si trova sospeso in un incastro dell’ultimo camino. Partendone di notte girare sul ghiacciaio bordeggiando le crepacce, e per placche sull’imbuto della Gnifetti, sempre tenendo i ramponi, raggiungere le prime e le successive rocce, esposti al tiro del canalone. Puntare verticalmente alle roccette affioranti nell’ultimo plateau che si leva con ripidità sempre crescente per 400-500 metri. All’ultima tettoia girare a sinistra” (Ettore Zapparoli, Rivista Mensile del CAI, 1935)

Una delle linee più ardite aperte da Ettore Zapparoli sulla Est del Rosa. Questa via, costantemente esposta alla caduta di ghiaccio e pietre, oltre il “crestone Innominato” prosegue direttamente lungo il ripidissimo canalone nevoso intercalato da alcune fasce di roccia fino alla grande cornice sommitale del colle.

3- “via originale della parete Nord-Est” al Colle Gnifetti 1400 m, D (III, 50/60 gradi): Guido Rey e Luigi Vaccarone con le guide Mattia Zurbriggen, Luigi Burgener e Casimiro Therisod, 3 Settembre 1893

L’unica ascensione attualmente agibile sulla Est della Zumstein, viene molto frequentata in particolar modo da quanti intendono scendere con gli sci il canalone Marinelli senza salire al Silbersattel. Dalla Capanna Marinelli si segue l’itinerario classico della Dufour fino alla crepaccia terminale situata sotto le “roccette”; di qui la via traversa obliquamente verso sinistra lungo una specie di cornice nevosa per 500 metri uscendo infine all’estremità settentrionale della depressione del colle.
Per dovere di cronaca Rey, Vaccarone e le loro guide, al termine della scalata, furono i primi alpinisti a pernottare nella Capanna Margherita che veniva inaugurata proprio quel giorno.

4- “via diretta della parete Est-Nord-Est” 2400 metri, TD (IV, 55/70 gradi): Chiaffredo del Custode e Stefano Zani, 27-28 Luglio 1958

“Fra le quattro punte principali del Rosa la Zumstein è senza dubbio, almeno dal lato est, la meno conosciuta e frequentata” (Adriano Gardin, Rivista Mensile del CAI, 1972)

Dalla vetta la parete scende per circa 1000 metri formata esclusivamente da una serie di scivoli nevosi intercalati da seracchi e crepacci, con un’inclinazione media di circa 43 gradi. I primi salitori, al termine del “crestone Zapparoli”, hanno risalito direttamente i pendii sottostanti l’ “occhio” ricorrendo al gradinamento sistematico ed all’impiego di alcuni chiodi da ghiaccio per vincere alcuni salti più ripidi. Giudicando poi troppo pericoloso il superamento diretto del muro all’altezza dell’”occhio” hanno traversato verso destra, aggirando un’imponente risalto ghiacciato e superando la seraccata soprastante con un altro passaggio di forte difficoltà (1 chiodo da ghiaccio); quindi una volta raggiunti i pendii sottostanti il colle Zumstein si sono portati sul tratto terminale di parete meno ripida uscendo infine in vetta.

La via è stata ripetuta due volte in invernale: Adriano Gardin, Achille Montani, Fernando Danini e Giampaolo Bogo (20-21 Dicembre 1972); Claudio Schranz in solitaria (20-22 Dicembre 1980).

5- “Via CAI Macugnaga” 2400 metri, TD (IV, 65/90 gradi): Claudio Schranz e Marco Roncaglioni, 24- 25 Giugno 1976

Questo itinerario, in comune con il precedente fin sotto l’”occhio”, supera direttamente la fascia di seracchi alla sinistra con passaggi molto esposti ed impegnativi. La prima ascensione ha richiesto circa 10 ore di arrampicata per il solo tratto su ghiaccio a causa delle cattive condizioni della montagna.

6- “Via diretta” al Colle Zumstein 2400 metri, TD (IV, 55/60 gradi): le guide Alberto e Amato Bich, G. Battista e Camillo Maquignaz, Giuseppe Pession, 15-16 Agosto 1925

“Era una via nuova; quelle roccie sono ripide, difficili, si sfaldano facilmente, e pericolose specialmente perché battute da valanghe di ghiaccio; le guide locali che lo sanno, ne rifuggono e non le hanno mai tentate” (Alberto Bich, Rivista Mensile del CAI, 1926)

Questa via, estremamente all’avanguardia per i mezzi tecnici disponibili all’epoca, è stata aperta durante una spedizione di soccorso dalle guide di Valtournanche alla ricerca del corpo di Casimiro Bich precipitato dalla cresta di confine in seguito ad una raffica di vento. Dopo aver risalito il “crestone Innominato” (in circa 9 ore senza l’ausilio di nessun chiodo da roccia!) e la successiva crestina nevosa le guide iniziarono un lungo traverso in salita verso destra superando “crepacci, seracchi, muri di ghiaccio anche facendosi spalletta - cioè piramide umana - ; la neve farinosa era in certi punti alta 50 cm”(Rivista Mensile del CAI cit); oltre tutto costretti a frequenti fermate per poter ispezionare la parete con il cannocchiale. Vista l’impossibilità di salire al Colle Gnifetti per il troppo ghiaccio vivo e di raggiungere le “roccette” della Dufour a causa di un pendio di ghiaccio molto ripido su cui tagliarono inutilmente gradini per un’ora, i primi salitori si indirizzarono verso lo sperone scendente dal Colle Zumstein. La salita di quest’ultimo formato da placche molto lisce ricoperte di vetrato richiese un bivacco tanto che “Nel mattino del 16 ripresero la scalata che costò altre quattro ore di lavoro penoso sulle placche, alle ore 10 toccarono la Capanna Margherita, dopo aver raggiunto il Colle Zumstein e la Punta Zumstein. Scesero quindi a Gressoney ed in giornata (!!!) a Chatillon”(Rivista Mensile del CAI cit).