L'ultima mia emozione
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di Giorgio Crosta

Quando la prima volta salendo la Cresta Signal in invernale e solitaria nel 1961, mi impressionai della maestosità di questa montagna, mi ricordo di aver fatto qualche foto, che più non trovai della via dei Francesi che correva alla dx della Signal, mi innamorai subito, ma sempre in quell'anno, avevamo programmato di fare il Canalone Marinelli in solitaria invernale, perchè in quell'anno il canalone era ben innevato e con neve molto dura. Ritornai sulla Signal nel marzo del 1969 per vedere sempre la via dei Francesi, e mi chiedevo con le attrezzature che avevano a quei tempi, come avessero potuto salire. Lo stesso quesito lo posi a me stesso, coi ramponi che ogni salita dovevo far sistemare dal fabbro perchè le punte erano completamente appiattite.
Ma quella via non mi faceva dormire di notte e continuavo a pensarla. Pensavo solo a lei, ma soprattutto ad una variante completamente nuova che correva tra la Signal e la via dei Francesi. Anche all'Accademia di Brera dove mi stavo preparando per la facoltà di architettura, non facevo altro che fare schizzi della via; chiudendo gli occhi mi appariva tutta la parete est e quella stupenda via immacolata mai percorsa. Mi affascinavano le sue imponenti pendenze, e la sua purezza.

Poi in quell'anno il canalone Marinelli ci ributtò indietro causando la perdita del mio compagno. Volli provare a dimenticare il Monte Rosa, o cercare di studiarlo diversamente, avevo la possibilità dalla mia finestra di vederlo in tutti i suoi mutamenti, la lettura delle nuvole, che specialmente nei giorni precedenti ad una tempesta, la montagna veniva attraversata da veli soffici e bianchi quasi trasparenti alle estremità, e notai che quando andavano verso nord, il tempo era bello il giorno dopo, mentre quando andavano spostandosi leggermente quasi impercettibili verso sud, il giorno dopo il tempo era brutto. Ho continuato ad andare molto in montagna, ma il mio sogno era la...

Finchè venne il giorno, che arrivando in aereo da Bruxelles guardando dall'oblò rimasi stupito, emozionato, mi vennero le lacrime agli occhi e piansi, sulla parete est del Monte Rosa si stagliava l'immagine perfetta di una vecchia guida di Macugnaga, che conoscevo molto bene, scomparso su quella montagna, la sua immagine era posizionata proprio sulla cresta di Santa Caterina, scattai delle foto,il suo viso sembrava che volesse dirmi qualcosa, ero emozionatissimo quel viso voleva parlarmi, andai al Cimitero di Macugnaga dove giace mi sedetti vicino gli dissi cosa volevo fare, ed a un certo punto un'enorme slavina scese dal canalone Marinelli, il boato fu tremendo e in quel momento pensai che il maestoso Monte Rosa non mi voleva! Mi chiedevo il perchè, lo chiedevo sopratutto a Laker la sua foto sorridente da vecchia guida della grande Montagna, e mi lasciò un grosso dubbio, dubbio che non riuscivo a decifrare nella mia mente, e nel mio animo. Nessuno doveva saper niente, era una decisione tra me e la montagna. Salii in seggiovia al Belvedere, il vento aveva spazzato via tutte le nubi e così allontanandomi verso il Rifugio Zamboni, seduto su una pietra, parlai con Dio e la Montagna. Ho chiesto a loro di aiutarmi, spiegando cosa volevo fare: non violentare quello che più magnifico Dio mi aveva dato, volevo solo salirla da un lato per ammirarla e per sentirmi sempre più vicino a Lei e a Dio.

Ho capito, nei momenti migliori che potevo, accettare, se necessario, di rimanere per sempre un "non-granch..." ovvero che potevo dimenticare ogni idea di "arrivare" o di "non arrivare, poichè vedevo finalmente una possibilità più o meno remota di diventare capace di arrivare ad una realtà superiore, il non arrivare sarebbe stata la cosa più disgustosa. E venne il giorno, l'inverno era tremendo continuava a nevicare, finchè il giorno 8 febbraio, lo spirito sotto forma di velo si spostava a nord, era il segnale giusto, e il giorno 10 ero sulla via. C'era un silenzio infinito e pur denso di suoni, in quell'ora era la voce del vento e di qualche nuvola che mi suonava dentro come una sinfonia orchestrale; o forse era la cima Gnifetti eretta come una Cattedrale, spazzata dal vento e spalancata a Dio, che lasciano prorompere l'urlo delle loro preghiere di ghiaccio e pietra, e forse in quel canto la nota più alta era tenuta dallo spirito di questa grande Montagna.

Ho imparato che quando si imposta una prima ascensione "soli con il tuo spirito si può andare dovunque" purchè rispetti chi ti sta accogliendo, e ti accorgi che la montagna è una palestra insuperabile per l'anima e per la tua mente, non si è che carne pieghevole e aggrappati alla roccia e al ghiaccio nel freddo pungente, e palmo a palmo con l'arcuata tensione delle dita, e con la piatta aderenza delle membra, si guadagna la via, e poi in vetta, quando ti vedi intorno un anfiteatro di guglie di ghiaccio, e guardi sotto, lo strapiombo, affogato nella fluidità vertiginosa, allora un'ebbrezza t'invade e l'adorazione selvaggia della tua fragilità ardente che vince la materia che ci attornia, non sembra inerte ed ostile, ma viva ed amica. E le cime pallide non sembrano monti, ma anime di monti, irrigidite in volontà d'ascesa, quando parlai della mia gioia della solitudine, qualcuno si stupì. Dopo due giorni dalla "prima solitaria invernale alla via Ambra" alla Parete est del Monte Rosa il Magnifico!

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Giorgio Crosta

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