Monterosa
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di Giorgio Crosta

Quando gli spiriti del cielo me lo permettono, dal mio balcone mi trovo solo davanti al vecchio saggio amato, il Monte Rosa. In quel momento entra in me il desiderio di uscire dal quotidiano per rimanere solo con Lui. Perché con Lui posso parlare felicemente e sentire stringere il mio spirito che va da Lui. E' Lui che mi chiama.

"Quando vieni a trovarmi? Qui ci sono delle giornate stupende, deciditi non c'è motivo di attendere ancora, lo sai ti aspetto sempre!". Lo so da te il panorama è stupendo sconfinato. E' talmente bello da far parlare il cuore. E' vero caro vecchio amico hai ragione: spesso riesco a trovare mille giustificazioni per non fare qualche cosa, a volte non ho bisogno di nessuna ragione per agire...

Improvvisamente percepisco di essere quell'uomo antico. Da tempo mi chiedevo il significato del mio andar per monti senza che nessuno ne sapesse niente, non volevo che sapessero! Non capivo, impegnavo il mio prezioso tempo a girovagare tra pietraie o a lasciare la mia traccia su interminabili pendii nevosi e cominciavo a sentire uno spreco buttare via dei giorni della mia vita in questo modo. Mi sembrava uno spreco stupido, eppure nonostante tale sensazione, non riuscivo, a stare lontano dalla mia amata Montagna.

Dopo qualche settimana di "astinenza" cominciavo a star male. Ora capisco: mi mancava quel turbinio nella mente, che al segnale diventa lucida consapevolezza. L'uomo moderno ha dalla sua parte conoscenze scientifiche enormi, che hanno riempito la vita di tecnologia e benessere. La gara quotidiana al di più, al meglio, al più bravo, senza guardare in faccia a nessuno, lo ha reso cieco, insaziabile ed insensibile, e sempre più tristemente solo, tra milioni di suoi simili.

Ora invece, io sento, vedo la mia solitudine piena di luce. Queste meravigliose immutabili montagne c'erano al tempo dell'uomo antico, ci sono oggi e vedranno anche l'uomo del futuro. Innanzi a loro l'uomo ha trovato e troverà sempre ristoro; riacquista consapevolezza della grandiosità dell'universo che lo circonda contrapposta alla minuta dimensione della propria esistenza.

Milioni di anni al controllo di una manciata di minuti, un mistero che potrebbe angosciare ma che invece rende sereni. Lentamente progredisco verso la cima ormai vicinissima il crocifisso eretto sulla cima è il mio punto di riferimento, sapevo mio amato Monte Rosa che solo tu mi avresti dato ascolto, e una voce dentro di me mi disse, togli lo zaino e siedi accanto a me, potremmo stare qui a guardare le montagne in silenzio le montagne che ti circondano e chiamarle per nome. E quando il sole calerà nelle valli e comincerà a fare buio, verrà il momento che tanto hai atteso, ora riposa ed ascolta.

Sono rimasto solo in compagnia del mio amico, con cura tolgo la neve che lo ricopre. Nel mio girovagare tra le mie amate montagne spesso ho incontrato altri crocifissi, molti di loro belli e austeri, altri semplici ed essenziali come quello che si incontra sul Cervino, flagellato dalle intemperie e dai venti d'alta quota, passando hai suoi piedi non si può rimanere indifferenti. Certo il crocifisso è un simbolo. Per ciascuno ha un valore diverso: è quello che sentiamo dentro. Per me un crocifisso sull'alta vetta rappresenta tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita o parte di essa affinché la vita degli altri potesse essere migliore. Non un solo uomo, sia pur figlio di Dio, ma milioni di uomini. Ovunque lo si incontra è un monito da ricordare che qualcuno ha sofferto o sta soffrendo per noi, ed ora spetta a noi far si che altri non debbano continuare a soffrire.

Sento l'abbraccio dei miei monti... essi capiscono il tuo animo e ti ascoltano. Ti rispondono. Senti le loro voci... Ora il cielo è dominato da uno splendido sole che scalda con i suoi raggi, mentre da valle salgono lentamente nuvole di nebbia. Si alza una leggera brezza, il viso e le mani godono di questa carezza. E' bello rimanere qui in solitudine cullati da questa sensazione senza tempo, queste dolci carezze non sono altro che un saluto. E' ora di scendere, il sole illumina solo le cime delle dolci montagne più alte mentre le valli sono già in ombra. E' il momento più appagante ma anche il più triste , vorrei tanto rimanere anche se so che non è possibile. E' giusto che tra queste montagne ritorni il silenzio, il silenzio della montagna col suono dei suoi venti, mentre gli spiriti l'avvolgono nel loro manto, ritorni il suo profumo, profumo di fede e sincerità. Queste esistevano al tempo dell'uomo antico, ci sono oggi e vedranno anche l'uomo del domani. A presto caro vecchio amico mio adorato Monte Rosa.

Foto in alto: Est del Rosa visto dal balcone di casa mia (inverno 2009).
Sotto: foto storica della vecchia Capanna Regina Margherita, quando facevo il Portatore da Gressoney Stafal portando la bombola del gas. Di media ogni 10 giorni da Giugno a Settembre, dal 1956 al 1959.

foto | credito

Giorgio Crosta

approfondimenti

L'ultima mia emozione di Giorgio Crosta
Ambra Monte Rosa Parete Est

L'impresa di Giorgio Crosta

L'impresa di Giorgio Crosta all'Eiger è stata avvallata anche su "Giovane Montagna" oltre che da "Panorami". Quindi la persona che ha messo in dubbio l'esistenza di una persona morta di malattia dopo aver effettuato tale impresa, la diffamazione di "Panorami" che ha dato la notizia, etc. potrebbe incorrere in sanzioni penali. Io da alpinista (non di parte)posso solo asserire che "Giovane Montagna" esiste da 40 anni e dato che non ho fornito io tale notizia all'editoria, so per certo che non pubblicano notizie se non dopo averle accuratamente controllate. Io la ricevo come socio accademico degli scrittori di montagna. Concludo solo dicendo (per rappacificare tutti gli animi)che la montagna è un bene supremo che abbiamo per deliziarci. Non sarebbe meglio che tutti ci unissimo per migliorarci invece che scendere di livello come chi la montagna non l'ama proprio? Un po' di anni fa ho salito l'Aiguille du Dome, un 3000 monolitico dimenticato sopra la Val d'Isere. Ho verificato con le Guide Italiane e Francesi che davvero non fosse più stata salita tale cima da ben 23 anni per la roccia marcia che detiene e nessuno mi ha contestato tale salita che se riesco la faccio pubblicare anche sul Vostro sito, per infornare i lettori anche delle "Belle dimenticate". Infatti sembra il Cerro Torre come l'Aiguille Dibona, ma mentre a lei è stato attribuito tale nome, la sua consorella francese per la qualità della roccia non è più frequentata. Un abbraccio circolare a tutti gli amici di Ossola Climbing. Lodovico Marchisio

AIGUILLE DU DÔME Un

AIGUILLE DU DÔME

Un itinerario riscoperto dopo 23 anni circa

Altezza Massima raggiungibile: 3017 m
Tempo di salita: 7,30 h
Tempo Totale (AR): 12 h
Dislivello: 1303 m così suddivisi: 703 m dislivello dal punto di partenza alla vetta. A Questi vanno aggiunti 200 m di discesa e 200 m risalita (tot. 400 m circa) per raggiungere il Col du Front (2918 m) dal “Passage de Picheru” a quota 2754 m e ritorno; più altri 200 m AR per scendere e risalire all’intaglio dell’Aiguille du Dôme dalla cima del Petit Dôme dalla quale vetta è obbligatorio transitare anche al rientro per far ritorno alla base.
Difficoltà: D+ (passaggi isolati). La restante salita è di Media Difficoltà ma con passaggi logistici di difficile individuazione.
Materiale occorrente: corda, chiodi, moschettoni, alcuni nut, casco e imbragatura
Accesso in auto: Le Saut si raggiunge nella stagione più adatta all’impresa (periodo estivo) attraverso la Val di Susa salendo prima al Colle del Moncenisio e successivamente a quello dell’Iseran, scendendo in Val d’Isère e superato l’abitato omonimo, prendere poi a destra la piccola strada asfaltata che conduce sino alla prima piccola diga (barrage) oltre la quale la strada è chiusa al traffico. Parcheggio nei pressi di “Le Saut”.
Località di partenza: Le Saut” (2300 m circa) sopra la Val d’Isère
Località di arrivo: Il medesimo
Descrizione Itinerario: Invitiamo i lettori ad immergersi in questa vera e propria avventura per riscoprire una guglia oltre i 3000 metri di cui da 23 anni non si hanno notizie di salite. Le Guide Francesi della Val d’Isère e le Guide Alpine Italiane contattate dicono di non aver mai condotto clienti su questa cima sconosciuta, le guide cartacee francesi, che non hanno come noi collane per tutte le loro zone alpine, ma solo libri di mete scelte, non ne parlano proprio. Solo due nostre vecchie guide cartacee descrivono sommariamente quest’ambiziosa cima: La Collana della Guida dei Monti d’Italia edita dal CAI e TOURING associati, nel volume delle Alpi Graie Centrali del 1985, curato da Alessandro Giorgetta ne dà una sommaria descrizione a pag. 110, purtroppo non più rispondente alla realtà attuale. Il compianto Silvio Saglio nella Collana “Da Rifugio a Rifugio” edito dal TCI e CAI, sempre unificati in queste guide, nel lontano 1952 a pag. 709 attribuisce il nome di Dôme de La Val d’Isère (invece dell’attuale toponimo “Petit Dôme”) all’Aiguille du Dôme, non comprendendo allora che sono due cime ben distinte fra loro, anche se già allora aveva individuato il passaggio più logico dal colletto chiamato “Passage du Dôme” (o Sous Picheru) con partenza da “Le Saut” (2300 m circa) sopra la Val d’Isère, invece che da Le Fornet (1900 m circa), come la successiva guida del 1985 consigliava.

Alla ricerca del passaggio per dare l’assalto definitivo alla vetta.

Dare una descrizione solo tecnica di una simile impresa questa volta ci pare riduttivo, anche se nell’itinerario di salita è giusto dare un resoconto della complicata ascensione per coloro che volessero cimentarsi su di essa e coprire il “buco nero” in questione con la descrizione di questa via dimenticata che ha riportato i tre alpinisti del Club Alpino Italiano: Edoardo Pianca, Giovanni Merlin (CAI Sezione di Pianezza) e L. Marchisio (coautore di questo libro appartenente al CAI Sez. Torino, Sottosezione GEB), per un giorno a rivivere l’epica era dei pionieri dell’alpinismo. Da qui senza salire al bellissimo lago de “La Sassière” prendere un sentiero sulla sinistra idrografica che sale oltre il lago fino ad una deviazione. Salire a destra verso il colletto del “Sous Picheru” (o Passage de Picheru) a quota 2754 m. (2 h dalla partenza). Da qui l’Aiguille du Dôme sembra davvero il “Cerro Torre” Patagonico, anche se i francesi usano questo toponimo per la più conosciuta Aiguille Dibona, situata nel massiccio des Écrins, motivo per cui non si capisce questo totale abbandono per una montagna così bella, particolare, imponente ed importante. Raggiunto il Colletto, si scende sul lato opposto fiancheggiando in maniera molto disagevole la lunga pietraia sino alla base del canalone che sale ripido e faticosissimo sino al Col du Front (2918 m).(2 h dal Passage de Picheru, 4 h dal parcheggio). In alcuni punti il canale senza tracce è talmente ripido che si creano delle vere e proprie slavine di terriccio che sotterrano i piedi dei tre scalatori. Dal Colle un’esile traccia vecchissima conduce sulla cresta che s’impenna a metà obbligando i salitori a legarsi in cordata per superare un piccolo rigonfiamento strapiombante ed obbligato valutato di IV grado. In seguito la cresta si fa divertente e addirittura non è staccata come appariva, da un salto roccioso che si pensava potesse creare problemi ai tre scalatori. Da qui senza ulteriori intoppi si arriva in vetta al Petit Dôme (3012 m) confuso o ignorato anche dalla cartografia attuale, mentre è una vetta ben distinta in quanto dal lato opposto un profondissimo intaglio, scoraggia per un momento i tre scalatori. (30 min.dal Col du Front, 4,30 h dalla partenza). Poi s’inizia ad esplorare il profondo intaglio scendendo assicurati (passi di II grado su roccia marcia e terriccio) per più di 100 metri. Senza toccare il fondo del canale, con ottima intuizione, gli scalatori si portano su un ponte naturale di rocce sotto la parete finale dell’Aiguille du Dôme. Per scalare gli ostici 30 metri che li separano da un terreno più abbordabile, ma non visibile dal basso, ed evitare le scarpette per dare un taglio alpinistico “vecchia maniera” a questa singolare impresa, i tre ardimentosi usano i loro chiodi e la pratica acquisita negli anni. Si trovano così a superare un passaggio di V grado ove trovano l’unico chiodo del 1920 (conio impresso) incontrato in tutta la giornata. Sopra di esso tutto è più facile e su un terreno sempre franoso, esile e delicato i tre alpinisti arrivano sotto la cuspide finale. Qui gli alpinisti salgono direttamente la parete di 30 metri che li divide dalla cima con qualche passaggio di IV grado e un caratteristico passaggio sopra una profonda fenditura, mentre la discesa la si compie più facilmente aggirando i salti sulla destra (verso di salita) in prossimità del vuoto più assoluto del monolito. La vetta è stata raggiunta in 7,30 h dalla partenza e in 3 h dal Col du Front, dove sono stati lasciati gli zaini. Viene costruito sul momento un grande ometto per suggellare l’impresa compiuta, come se mai piede umano avesse varcato prima questa misteriosa quanto affascinante cima, invece violata dal prestigioso W.A.B. Coolidge con altre guide il 10 agosto del 1891. La calata è tutta un poema. Non esistendo chiodi in vetta gli alpinisti hanno lasciato due cordini, due fettucce, due chiodi, un moschettone a ghiera viola e un moschettone normale nei punti di calata e nei passaggi chiave. Con una corda doppia di 50 metri fanno poi ritorno all’intaglio, risalgono l’erto e franoso canale che li riporta in vetta al Petit Dôme, ritornando per la stessa via della salita all’auto. Dalla vetta hanno impiegato altre 4,30 h, che sommate a quelle della salita portano l’impresa ad un totale di 12 ore ininterrotte di percorso. Mi auguro davvero che questa salita abbia il riscontro che merita negli ambienti preposti, perché tutto fa notizia meno ciò che davvero meriterebbe di farla.