Un alpinismo grande
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di Paolo Crosa Lenz

Pagine di storia dell’alpinismo ossolano e verbanese sono raccontate nel numero monografico de “Le Rive” della primavera 2000. E’ il racconto, per episodi e personaggi, di una stagione straordinaria di grandi avventure. Il documento di un alpinismo che, oltre a scalare montagne, seppe sognare nuove frontiere. Protagonista assoluto è il Monte Rosa.

Estate 1955: un ragazzo di vent’anni è in attesa di compiere una grande salita sulla parete est del Monte Rosa. Al vertice dell’ospedale dei camosci, un pendio erboso nel cuore del ghiacciaio Signal, vi è uno slargo roccioso protetto da un masso aggettante. E’ protetto dai venti e gli alpinisti vi possono dormire al riparo. In attesa della salita (la “via dei francesi” alla Punta Gnifetti, forse la più grandiosa via delle Alpi) il ragazzo scolpisce con chiodo e mazzetta il nome “Bivacco Intra” sul masso. Il ragazzo si chiama Tino Micotti e con tre amici esce in due gorni dalla via per tornare a Macugnaga da ovest, aggirando la “grande montagna” per il Passo Jaccchini e il rifugio Sella (distrutto in quegli anni da una valanga).
Quel “Bivacco Intra” è un luogo che non esiste; non cucina e dormitorio, ma una roccia fissata nella memoria degli alpinisti, un posto riparato dove dormire prima della salita. E’ l’isola non trovata da raggiungere in un mare di ghiaccio e da cui partire per vincere sfide grandi. Da quel luogo, idealmente, parte negli anni ‘50 la riscossa dell’alpinismo ossolano e verbanese. Da lì passeranno i “ragazzi” che riscatteranno il nostro alpinismo da un ritardo storico e dalla sudditanza verso gli stranieri. Nel breve volgere di un trentennio, dagli anni ‘50 agli ‘80, il nostro alpinismo divenne adulto, autonomo e maturo. Un movimento che ebbe, per esponenti e realizzazioni, un ruolo di primo piano nell’evoluzione dell’alpinismo italiano.

Salite che fecero storia e che non sono mai state raccontate. Si sa, la storia diventa patrimonio collettivo solo nel momento in cui qualcuno la racconta. I nostri alpinisti furono gente in possesso di un grande istinto della montagna, ma vissero lontani dai centri di produzione culturale. Furono protagonisti di una “non storia”. Quello degli anni ‘50 e ‘60 sulle alpi Pennine e lepontine fu un alpinismo povero, praticato da operai che lavorano tutta la settimana e rubavano la domenica alla famiglia. Fu però un grande alpinismo libero, realizzato da accademici e guide, che seppe con coraggio e apertura mentale spingere avanti il modo di scalare le montagne. Generazioni di alpinisti che seppero recuperare un gap secolare e rendere il nostro alpinismo di livello eccellente e di dignità internazionale: gli anni ‘60 con le grandi invernali, gli anni ‘70 con la scoperta degli ultimi angoli inesplorati (le rocce di Cornera in Devero), gli anni ‘80 con le grandi salite sul Mittelruck, alle Gole di Gondo, e le imprese extraeuropee.