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di Arianna Parsi
Un giorno di molte primavere fa un amico più vecchio di me mi portò a scalare. La sera rientrando a casa, sentii di aver trovato un punto di felicità permanente dentro di me. Donato Nolè, guida alpina verbanese, dal ricco curriculum alpinistico spiega, attraverso il breve racconto che segue, la sua scalata del Pilone centrale del Freney. E' la sua scalata perché - spiega - qualcuno sogna di andare in California a Josemite, di salire sul Capitan per la via del Nose scalando in stile alpino e di arrivare sulla vetta in giornata. Negli anni 80 il mio sogno era quello di salire il pilone centrale del Freney che si trova sul versante italiano del monte Bianco. Guardo quello che mi circonda è magicamente bello, siamo soli in una zona selvaggia e fantastica nel cuore del Bianco. Arriva il primo sole. Quando Donato alza la testa per capire la linea di salita, il casco bianco se ne va per i fatti suoi. Rotola giù sul ghiacciaio del Freney e verso i Rochers Gruber: pazienza. Inizia la scalata, i primi passi sono cauti e timorosi poi sempre più sicuri e determinati. Sto salendo abbastanza rapido con difficoltà intorno al quarto grado. Poi altri tiri piuttosto difficili. Arrivo a una specie di piattaforma. Continuo a salire incastrandomi in una fessura, salgo un diedro e un piccolo strapiombo. Una fascia di neve pensile mi porta alla base di una spaccatura impegnativa, devo integrare la scalata con nut e friend. Faccio alcuni metri tirando qualche chiodo - confessa Donato. Sento che il cuore pompa forte, la quota e il peso dello zaino si fanno sentire. Adesso ho davanti a me roccia e ghiaccio quasi verticale che supero. Mi porto alla base della Chandelle. L'ascensione continua in fessura. Sosta. Recupero il mio compagno e mi accorgo che la nebbia sta salendo rapida verso di noi. In pochi minuti la temperatura si abbassa e siamo avvolti come animali nel sacco. Mi prende la paura. Il pensiero dell'alpinista va al luglio del 1961 quando Bonatti con altri sei scalatori vennero bloccati dalla bufera in quel punto. Nella tragica ritirata in corda doppia persero la vita quattro persone. Sento un brivido di freddo che mi attraversa. Un nodo alla gola per la stanchezza, la sete e la preoccupazione di non farcela ad uscire dal Pilone. Mi impongo la calma e riparto con la massima concentrazione. Va tutto tutto bene, fino a una sosta più su. Riparto ma a metà tiro vedo un groviglio di vecchi cordini collegati fra di loro. Una sosta? No, non mi fermo, continuo a scalare, mi sento bene, arrampico in libera e artificiale mentre la roccia mi butta nel vuoto, a tratti percepisco il sapore gradevole della scalata atletica. Ancora qualche spinta e sono fuori dal tiro più difficile della via. Finalmente in cima alla Chandelle e fuori dalla nebbia. Una breve corda doppia ci porta a una forcella, poi su terreno misto verso la cresta del Brouillard e la vetta del monte Bianco che raggiungiamo verso le 19. Una stretta di mano ed un abbraccio con il mio compagno. Adesso non ho più paura, sono molto contento, mi prende una grande sensazione di benessere e soddisfazione. La discesa verso la capanna Vallot è facile. |
