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di Filippo Gallizia
Fra le popolazioni Walser, la più fortunata abita quel bellissimo tratto di valle compreso fra i ghiacciai della parete Est del Monte Rose e le orride gole del Morghen. “Quante volte Dufour?”, si sente normalmente domandare l’ignaro turista che per la prima volta si presenta a Macugnaga, ancora scodellato dalle mille curve della valle Anzasca. La domanda è peggio dell’enigma della Sfinge e nasconde nello scrigno della sua apparente semplicità l’orgogliosa identità di quell’antica popolazione alpina. Infatti, si sa, i gioielli di casa vanno ben difesi e così è stato anche nella storia degli abitanti di questo alpeggio che, grazie alle imprese eroiche dei grandissimi Ferdinand, Mattias e Luciano, sottrassero le gemme più preziose agli attacchi dei più forti alpinisti di ogni epoca, francesi o liguri che fossero. La storia però si ripete e, alla fine dei giorni grandi, messi nel forziere i preziosi tesori, alle giovani generazioni Walser non rimase che la difesa della tradizione: “quante volte Dufour?”. Si narra poi che nel tardo pomeriggio dei una splendida giornata di inizio autunno giunse in paese un tipo curioso, con una valigetta azzurra in mano e a tracolla un sacchettino di luccicante ferraglia. Il giovane paesano di guardia, distratto dalla grande M incisa sulla valigetta e dalla sottostante scritta “made in Japan”, fu preso in contropiede da forestiero che, con aria sorniona sentenziò: “domani si apre”. La cosa non fu presa sul serio anche perché, a dirla tutta, il visitatore aveva più l’aspetto di un innocuo buon padre di famiglia che il portamento atletico di un moderno arrampicatore. L’indomani la leggerezza commessa mostro tutto il suo drammatico epilogo: calatosi con due nuove corde fiammanti sulla liscia superficie di una delle più belle e segrete gemme dell’intera valle, il turista padano agitava minaccioso il suo pericoloso utensile elettrico in segno di evidente sfida. E sfida fu. La cumunità scelse fra i volontari due giovani pronti a tutto: il Cumba, sorriso irresistibile e muscoli d’acciaio e l’Huber, equilibrista insuperabile ed esperto comunicatore. Invitato al tavolo della locanda Joder, l’ospite straniero non seppe resistere e all’inebriante distillato di erbe alpine e finì a notte fonda col rivelare ai furbi Cumba e Huber l’utilità e il funzionamento del prezioso utensile nipponico. Il resto è cronaca: con l’inganno Huber trasse il forestiero alla grotta sotto gli strapiombi di Precetto dove l’aspettava il compagno d’impresa. Il poveretto, imbavagliato e appeso come un salame, per ben tre volte venne issato fino in cima alla terrificante parete sopra la grotta, così repulsiva ed informe da sembrare l’orrido muso di un Troll. Però sotto lo sguardo fiero e materno della parete Est del Monte Rosa, anche le più torbide vicende umane finiscono bene. Pagato il suo tributo di vertigine, al visitatore fu perdonato l’affronto e i tre divennero buoni amici tanto che non di rado ancora oggi, nonostante l’età avanzata, li si può vedere appesi sotto ad uno strapiombo che sghignazzano gridando ai gitanti: “quante volte Makita?” PS: con questo scherzo mi scuso pubblicamente per aver celato a Pellizzon e compagni, redattori della nuova guida dell’Ossola di Versante Sud, il nominativo degli apritori delle bellissime e difficili vie del settore Precetto Alto, Alessandro Bardes (Huber) e Alberto Morandi (Cumba), che con il mio trapano e me stesso a far da contrappeso hanno dato ampio saggio della loro bravura. Climbers Ossolani, fatevi avanti, che il Morghen non fa poi così paura. foto | creditoFilippo Gallizia
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