Precario e sfuggente
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di Adriano Margaroli

In placca, dove le mani non possono stringere ma solo palpare qualcosa che sembra sempre troppo piccolo, i piedi non scaricano mai abbastanza il nostro grave peso. Convincersi che la progressione non fallisca, di non perdere la lucidità, mantenere il controllo cercando sempre un po’ più su la salvezza. La fine di questo gioco di prestigio fatto d’equilibrio, movimento e di gravità, di roccia e d’aria.

Linee apparentemente lisce, solo qua e s’intravede qualche irregolarità della superficie: una piccola increspatura, una micro-fessura, la forza in questo gioco serve a poco, la speranza è affidare tutto alla testa. Infinito calcolatore di bilanciamenti, appoggiarsi alla roccia con umiltà, lasciare a casa l’impeto e ascoltare il respiro, fidarsi e salire. L’ultima protezione è ormai superata da un po’, se il piede scivola ci sarà un bel po’ di vento tra i capelli, la lucidità si offusca, la tensione mescolata alla fatica scatena un pericoloso tremolio del polpaccio, calma! Respira, pensa a ciò che fai, trova una posizione migliore, non riesco! Prova! Sembro inchiodato dove sono, non voglio mollare! Lassù una piccola fessura può salvarmi, ma quei miseri appoggi che ho sotto i piedi sembrano stufi di sostenermi, ci credo, voglio provare, spingo il piede, piano però, controlla ciò che fai, la fessura si avvicina lentamente, ce la posso fare. Si, lo voglio! L’orgoglio ha alimentato la volontà e forse ad avere un pizzico d’aderenza in più e finalmente la fessura è a portata di un bel dado che entra alla perfezione, un piccolo strappo per fissarlo ma non troppo forte: la posizione non permette di caricare troppo, sembra di essere in piedi ad un castello di carte, ma quando la corda entra nel moschettone di colpo quelle carte così instabili sembrano incollarsi tra loro un pochino. La tensione cala e il tremolio è solo un ricordo; compariranno certamente un po’ più su, va beh, ci penseremo poi. Una poiana urla libera nel cielo, chissà da quanto è li, me n’accorgo solo ora e chissà se può comprendere quanto intensa la mia avventura. Grida di nuovo e se ne va. La saluto.

Ricomincia la salita, sempre sull’orlo del volo, ho poco margine d’errore, guardo in basso: che cazzo ho fatto! Mi rendo conto che sono molto alto e protetto solo da una manciata di dadi, quella cengia laggiù non sembra consentire un atterraggio morbido. Resetta la mente, sei già caduto su un dado, a volte tengono, respira, esci dall’apnea. Ok, ci risiamo, fottuto tremolio, dai qui è un po’ più facile, dura a convincersene. Comunque salgo, ora le mani possono stringere una bella lama, qualche movimento ancora e quest’avventura volgerà al termine. Raggiunta la sosta, una bella catena tassellata, la fatica e l’adrenalina si trasformano in soddisfazione. Mi faccio calare, e nella discesa rivivo in parte gli attimi appena trascorsi. Faccio fatica ad estrarre alcuni dadi, la paura me li faceva incastrare per bene! A terra una stretta di mano al compagno che assicurava e un sorriso di soddisfazione: quanto cambia la storia decidendo di non usare spit ma solo dadi o friends!

Da qualche parte ai piedi di una parete, un giorno da ricordare.

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Andrea Aleotti