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di Arianna Parsi
La scorsa primavera un gruppo di climber ha aperto la via Pacha Mama sul pilastro Corsini. Sono arrivati nel Vco alpinisti da tutta Italia, eppure l’arrampicata è snobbata dalla politica Fessure otturate, erba e germogli, pietre pericolanti. E’ quanto si sono trovati davanti i climber che hanno deciso di regalare all’Ossola una delle vie più lunghe (15 tiri di corda), facilmente raggiungibile; e non da super uomini (passaggio più difficile 6A+). E’ il pilastro Corsini a Crevoladossola, dedicato all’alpinista scomparso che lì vicino abitava. La via si chiama Pacha Mama, Madre terra. L’hanno attrezzata e sistemata quasi tutta, Paolo Stoppini e Simone Bonomi, con l’aiuto di Maurizio Parianotti e Salvatore Modaffari. Dieci giorni di lavoro con la soddisfazione di aprire una via, questa primavera, e di vederla accarezzare da climber provenienti un po’ da tutte le parti. Con i buoni commenti di esperte guide, alpinisti, amanti dell’arrampicata. Un regalo anche a livello di presenze turistiche perché, stando ai tracciatori, non si contano le persone che hanno frequentato Pacha Mama questa estate. C’è solo un problema: i ragazzi che hanno deciso di aprire la nuova via, facendo un favore a Ossola e ossolani, sono ancora in attesa di finanziamenti da parte degli assessori competenti che avevano confidato la volontà di dare un mano. I costi non sono altissimi, si parla di qualche centinaio di euro per attrezzare la parete. Il prezzo del materiale, insomma. Però i climber stanno ancora aspettando. «I soldi arriveranno come promesso - assicura l’assessore allo Sport di Crevola, Ivano Orio -. E’ solo una questione di tempo. Del resto - sottolinea - avevamo già stanziato dei fondi al gruppo OssolaClimbers, storica associazione di arrampicata, per la palestra La Valletta, sopra Scezza, con un contributo di 800 euro». Lì sarà attivato un progetto di turismo scolastico, «perché se la montagna non si usa, diventa pericolosa», dice ancora Orio. E sono molte, in effetti, le pareti attrezzate che vengono lasciate alla buona volontà dei gruppi del Cai o di generose guide che ripuliscono e senza chiedere i soldi di un chiodo. Però pare incredibile che l’immenso patrimonio di roccia che c’è in Ossola venga così poco valutato, se non quando si parla di lapideo. Un peccato perché oltre ad avere il dovere di garantire la sicurezza agli scalatori, gli amministratori potrebbero arrivare finalmente a pensare a un “circuito provinciale” curato da professionisti - che quindi andrebbero pagati - per mantenere in sicurezza le pareti attrezzate, ripulire le zone d’accesso e spittare nuove vie. «Le grandi pareti ridimensionano l’animo umano. Su due tacche sottili si ridiventa piccoli», dice Paolo Stoppini, tracciatore del Pacha Mama, per sintetizzare lo spirito del climber. Una filosofia che non tiene conto della politica, ma a cuila politica potrebbe guardare per rivedere scelte che hanno a che fare con l’economia del territorio. Basterebbe avere occhi per guardare poco più lontano, a Finale Ligure, ad esempio, dove ci sono campeggi che vivono grazie alle presenze dei climber. Basterebbe levare giacca e cravatta e fare un giro la domenica, d’estate, agli orridi di Uriezzo, alla palestra di Crego, guardare verso la Rossa al Devero. O avere orecchie per capire di che si parla quando si dice “Balma Uno”, tra le falesie più belle del Piemonte. L’alternativa, se no, è salire su una di quelle tacche di cui parlava Stoppini. Così, tanto per ridimensionare l’animo umano, e avere il coraggio di cambiare. foto | creditoSimone Bonomi
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