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di Paolo Crosa Lenz
"Arrivare in vetta ad un ottomila è una cosa grande, siamo arrivati in vetta alle due del pomeriggio, dopo undici ore di scalata. Gli ultimi metri sono stati terribili: meno 40 gradi in vetta e vento a 120 km/h. Ce l’abbiamo fatta. Arrivare in vetta ad un ottomila è una cosa grande, rimane per sempre nella vita." Chi parla è Claudio Giorgis, 25 anni della Valle Vigezzo. Con Giorgio Sacco, 29 anni, guida alpina di Verbania ha scalato in maggio il Cho Oyu (8201 m) in Himalaya, la sesta più alta montagna della terra. E’ la prima volta che una spedizione, concepita ed organizzata in Ossola, raggiunge in ottomila. Un segno dei tempi. La spedizione aveva lasciato l’Italia in aprile ed era formata da sei alpinisti. All’inizio la sfortuna aveva colpito il gruppo: problemi di salute e di acclimatamento avevano portato all’abbandono ed al rientro prematuro di tre dei sei partecipanti. L’ultimo a rientrare è stato Walter Berardi, 28 anni, di Macugnaga; dopo aver attrezzato il Campo 1 a 6400 metri era stato colpito da un principio di edema polmonare, difficoltà di respirazione e dolori alle ossa. Il medico di una spedizione svizzera gli aveva consigliato di scendere; un lungo cammino di 25 Km attraverso un ghiacciaio, un’interminabile morena ed un deserto d’alta quota. Con lui uno spagnolo colpito da edema cerebrale, cieco da un occhio per un grumo di sangue. Poi l’arrivo al campo base a 4600 metri dove c’erano i camion per il ritorno a Kathmandu. Sulla montagna sono rimasti Giorgis, Sacco e Stefano Marzoni, 28 anni, finanziere del SAGF di Domodossola. La mattina del 4 maggio, alle 3, Giorgis e Sacco lasciano il campo 2 a 6900 metri; Marzoni rinuncia perchè indisposto. I due salgono lungo una via diretta sulla parete nord del Cho Oyu; al centro della parete un tratto di 100 metri (65-70 di pendenza) attrezzato con corde fisse, poi un chilometro di cresta per arrivare in vetta. Quel giorno sulla vetta del Cho Oyu sono in nove: 3 italiani, 2 argentini, 2 inglesi e 2 svizzeri. Poi il ritorno lungo la grande parete, la smobilitazione dei campi, camion, aereo, casa, gli amici e di nuovo le montagne dell’Ossola. Il ricordo di un’esperienza himalayana: innanzitutto il grande affollamento della montagna, con le guardie cinesi di confine a controllare permessi ed itinerari. Al campo base (4600 metri), raggiunto da uno sterrato per i camion, c’erano sette spedizioni, circa 60 alpinisti per salire la parete nord del Cho Oyu. Quasi un villaggio, ma pochi degli abitanti sarebbero arrivati in vetta. Quali le difficiltà? "Innanzitutto è importante stare bene fisicamente ed essere acclimatati a dovere, poi il vento ed un’escursione termica giornaliera di 50-60 gradi". E in futuro, qual’è la montagna nel cassetto? "Mah, non so, qualcosa frulla per la testa, vedremo". Discorso chiaro. Claudio Giorgis di Vigezzo non si vuole sbilanciare. E intanto sorride contento. |


